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L’animale umano è in grado di modificare le
sue forme di vita, divergendo da regole e abitudini consolidate. Se la parola
non fosse minata da troppi equivoci, si potrebbe anche dire che l’animale umano
è “creativo”. Questa constatazione, di per sé indubitabile, non assomiglia in
nulla a un happy end: proprio essa,
anzi, suscita ogni sorta di domande e di dubbi. Di quali requisiti si giovano
la prassi e il discorso per imboccare una direzione imprevista? Come avviene la
rottura dello stato di equilibrio che era prevalso fino a quel momento? In che
cosa consiste, alla fin fine, una azione innovativa?
Vi è un modo collaudato di liquidare il
problema pur avendo tutta l’aria di occuparsene senza risparmio. Basta assumere
il termine ‘creatività’ in una accezione talmente ampia, da farlo risultare
coestensivo a quello di ‘natura umana’. Si perviene in gran fretta, così, a
qualche rassicurante tautologia. L’animale umano sarebbe capace di innovazione
perché dotato di linguaggio verbale, o perché difetta di un ambiente delimitato
e invariante, o perché storico: in breve, perché è… un animale umano. Applausi,
sipario. La tautologia elude il punto più spinoso e interessante: l’azione
trasformativa è intermittente, o addirittura
rara. Il tentativo di spiegarne lo statuto chiamando in causa i caratteri
distintivi della nostra specie manca il bersaglio, giacché questi caratteri
valgono, com’è ovvio, anche quando l’esperienza è uniforme e ripetitiva.
Chomsky sostiene che il nostro linguaggio è
“costantemente innovativo” grazie alla sua indipendenza da “stimoli esteriori o
stati interni” (e per altri motivi che qui non mette conto ricordare [cfr.
Chomsky 1988, pp. 6-7 e 113-46]). D’accordo, ma perché questa indipendenza, che
non conosce eclissi, solo in certi casi dà luogo a esecuzioni verbali insolite
e sorprendenti? Non c’è da stupirsi se Chomsky, avendo attribuito la creatività
al linguaggio in generale (ossia alla “natura umana”), conclude che essa
costituisce un mistero inindagabile. Altro esempio. Secondo l’antropologia
filosofica di Arnold Gehlen, l’Homo
sapiens, a causa della sua sprovvedutezza istintuale, è sempre alle prese
con una sovrabbondanza di stimoli non finalizzati biologicamente, da cui non
discendono comportamenti univoci: per questo la sua azione, “infondata” com’è,
non può non essere creativa (cfr. Gehlen 1940, pp. 60-87). Resta inevasa, anche
qui, la domanda cruciale: perché mai la sovrabbondanza di stimoli non
finalizzati dà luogo per lo più a operazioni stereotipate, e solo di rado a una
repentina innovazione?
E’ del tutto legittimo desumere da certi
tratti definitori della nostra specie le condizioni che rendono possibile la
variazione delle condotte. Ma è un errore plateale identificare queste condizioni di possibilità con le
particolari risorse logico-linguistiche
cui si fa appello allorché si varia realmente una singola condotta. Tra le une
e le altre vi è uno iato: lo stesso iato, per intendersi, che separa
l’intuizione a priori dello spazio dalle inferenze mediante le quali si
formula, o si comprende, un teorema geometrico. L’indipendenza degli enunciati
da “stimoli esterni o stati interiori” (Chomsky) e la sprovvedutezza istintuale
(Gehlen) non spiegano perché lo zoppo, interpellato da un cieco che gli chiede
sbadatamente “Come va?”, risponde con uno sferzante, e non poco creativo, “Come
vede”. Chomsky e Gehlen ci indicano soltanto i motivi per cui lo zoppo può reagire anche così (oltre che in
molti altri modi meno sorprendenti: “bene, e lei?”, “da dio”, “potrebbe andar
peggio”) all’involontaria provocazione del cieco, ma nulla ci dicono sulle
procedure effettive che danno luogo allo scarto imprevisto nel dialogo. Le
risorse logico-linguistiche alle
quali attinge l’azione innovativa sono più circoscritte, o meno generiche,
delle sue condizioni di possibilità. Pur essendo appannaggio di qualsiasi
animale umano, tali risorse vengono utilizzate, e conseguono il più grande
risalto, soltanto in alcune occasioni critiche. Vale a dire: quando una forma
di vita, che per l’innanzi pareva inoppugnabile, prende le sembianze di un
abito troppo largo o troppo stretto; quando diventa incerta la distinzione tra
“piano grammaticale” (le regole del gioco) e “piano empirico” (i fatti cui
quelle regole dovrebbero applicarsi); quando la prassi umana si imbatte,
foss’anche di sfuggita, in quel ginepraio logico che i giuristi chiamano stato di eccezione.
Per scansare il rischio della tautologia,
propongo, dunque, una accezione di ‘creatività’ molto ristretta, anzi
decisamente angusta: le forme di pensiero verbale che consentono di variare la
propria condotta in una situazione di emergenza. Il richiamo tautologico alla
“natura umana” non spiega nulla: né lo stato di equilibrio, né l’esodo da esso.
Viceversa, una indagine sulle risorse logico-linguistiche che diventano
preminenti soltanto in caso di crisi, oltre a mettere in rilievo le tecniche dell’innovazione, getta anche
una diversa luce sui comportamenti ripetitivi. E’ l’inattesa battuta dello
zoppo, non certo la costitutiva indipendenza del linguaggio verbale da
condizionamenti ambientali e psicologici, a chiarire qualche aspetto saliente
delle risposte stereotipate la cui occorrenza era tanto più probabile. La
sospensione, o modificazione, di una regola mostra i paradossi e le aporie, di
solito inavvertiti, che allignano nella sua applicazione più cieca e
automatica.
Le pagine che seguono vertono sul motto di
spirito. Nella convinzione che esso offra una base empirica adeguata per capire in che modo l’animale linguistico
imprime talvolta una deviazione inattesa alla sua prassi. Inoltre, il motto
sembra esemplificare bene l’accezione ristretta di ‘creatività’: quella, cioè,
che non coincide tautologicamente con la natura umana nel suo complesso, ma ha
come proprio esclusivo banco di prova una situazione critica. Il principale
punto di riferimento testuale è il saggio di Freud sul Witz (1905): non esiste, a mia conoscenza, un tentativo altrettanto
significativo di stilare una tassonomia dettagliata, botanica per così dire, delle diverse specie di arguzia. Ed è noto
l’impegno profuso dall’autore nel precisare quali siano le figure retoriche e
gli schemi di ragionamento che danno adito alla battuta fulminante. Devo
avvertire, però, che la mia interpretazione dei materiali raccolti e censiti da
Freud è rigorosamente non-freudiana. Anziché soffermarmi sulla sua eventuale
affinità con il lavoro onirico e il funzionamento dell’inconscio, vorrei
mettere in risalto il nesso stringente che lega il motto di spirito alla prassi
nella sfera pubblica. Non deve meravigliare quindi se, a proposito di una
arguzia riuscita, nulla dirò dei sogni e molto della phronesis, cioè dell’avvedutezza pratica e del senso della misura
che guidano colui che agisce senza reti di protezione al cospetto dei suoi
simili.
Il motto di spirito è il diagramma dell’azione innovativa. Per ‘diagramma’ intendo, con
Peirce e con i matematici, il segno che riproduce in miniatura struttura e
proporzioni interne di un certo fenomeno (si pensi a una equazione o a una
carta geografica). Il motto di spirito è il diagramma logico-linguistico delle
intraprese che, in occasione di una crisi storica o biografica, interrompono il
flusso circolare dell’esperienza. Esso è il microcosmo nel quale si danno
nitidamente a vedere quei mutamenti di direzione argomentativa e quegli
spostamenti di significato che, nel macrocosmo della prassi umana, provocano la
variazione di una forma di vita. In estrema sintesi: il motto di spirito è un
gioco linguistico ben delimitato, provvisto di sue tecniche peculiari, la cui
funzione eminente consiste, però,
nell’esibire la trasformabilità di tutti
i giochi linguistici.
Questa impostazione generale si articola in due ipotesi subordinate,
che conviene enunciare subito. Ecco la prima. Il motto di spirito ha molto a
che fare con uno dei problemi più insidiosi della prassi linguistica: come applicare
una regola a un caso particolare. Ha molto a che fare, anzi, proprio con le
insidie, ossia con le difficoltà e le incertezze che talvolta insorgono al
momento dell’applicazione. Il motto di spirito non cessa di mostrare in quanti
modi diversi, e perfino contrastanti, si possa ottemperare alla medesima norma.
Ma sono proprio le divergenze che emergono nella applicazione della regola a
provocare, spesso, il drastico mutamento di quest’ultima. Lungi dal collocarsi
al di sopra o al di fuori delle norme, la creatività umana è addirittura subnormativa: si manifesta unicamente,
cioè, nei sentieri laterali e impropri che ci capita di inaugurare mentre ci
sforziamo di attenerci a una norma determinata. Per paradossale che possa
sembrare, lo stato di eccezione ha il suo luogo di residenza
originario in quell’attività, solo in apparenza ovvia, che Wittgenstein chiama
“seguire una regola”. Ciò implica, all’inverso, che ogni umile applicazione di
una norma contiene sempre in sé un frammento di “stato di eccezione”. Il motto
di spirito mette in luce questo frammento.
La seconda ipotesi subordinata suona così: la forma logica del motto di
spirito consiste in una fallacia argomentativa, ossia in una inferenza indebita
o nell’uso scorretto di una ambiguità semantica. Per esempio: attribuire al
soggetto grammaticale tutte le proprietà che pertengono al suo predicato,
scambiare la parte per il tutto o il tutto per la parte, istituire una relazione
simmetrica tra antecedente e conseguente, trattare una espressione
metalinguistica come se fosse in linguaggio-oggetto. A dirla tutta d’un fiato,
mi pare che vi sia una corrispondenza puntuale e minuziosa tra i diversi tipi
di arguzia catalogati da Freud e i paralogismi studiati da Aristotele
nell’opera Confutazioni sofistiche.
Nel caso del motto di spirito, le fallacie argomentative rivelano però una indole produttiva: servono
cioè a fare qualcosa, sono meccanismi indispensabili per compiere un’azione
verbale che “stupisce e illumina” (Freud 1905, d’ora in poi MdS, p. 37). Si profila, qui, una
questione delicata. Infatti, se è vero che il motto di spirito è il diagramma
dell’azione innovativa, bisognerà supporre che la sua forma logica, ossia la
fallacia, svolga un ruolo importante allorché si tratta di cambiare il proprio
modo di vivere. Ma non è bizzarro incardinare la creatività dell’Homo sapiens al ragionamento vizioso,
insomma all’errore? Certo che lo è: bizzarro e anche peggio. Sarebbe sciocco,
però, credere che qualcuno sia così sciocco da caldeggiare un’ipotesi siffatta.
Il punto davvero interessante è comprendere in quali circostanze e a quali
condizioni il paralogisma cessa di essere… un paralogisma, ossia non può più essere ritenuto scorretto o
falso (a rigor di logica, si badi). Va da sé che soltanto in queste circostanze
e a queste condizioni la “fallacia” diventa una risorsa irrinunciabile
dell’azione innovativa.
Chomsky, N. (1988), Language and Problems of Knowledge. The Managua Lectures; trad. it. Linguaggio e problemi della conoscenza,
il Mulino, Bologna 1991.
Freud, S. (1905 [MdS]), Der Witz und seine Beziehung zum Unbewussten; trad. it. Il motto di spirito e la sua relazione con
l’inconscio, Bollati Boringhieri (“Universale”), Torino 2002.
Gehlen, A. (1940), Der Mensch. Seine Natur und seine Stellung
in der Welt; trad. it. L’uomo. La sua
natura e il suo posto nel mondo, Feltrinelli, Milano 1985.
“Prologo” di Paolo Virno, Motto
di spirito e azione innovativa. Per una logica del cambiamento,
Bollati Boringhieri 2005
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