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Uso socialista dell'inchiesta operaia

Raniero Panzieri, 1965

Raniero Panzieri

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Non ho trovato modo migliore per portare qualche chiarimento al tema «Scopi politici dell'inchiesta», se non quello di rifarmi ad alcune questioni del marxismo. Ciò presenta il pericolo di accentrare la discussione su temi teorici e forse anche di affrontarli non nel modo più proficuo, cosa che invece io penso debba essere evitata, in modo da dare a questo seminario una destinazione diciamo pure pratica, cioè: definizione del questionario, organizzazione e avvio dell'inchiesta. Il vantaggio, d'altra parte, è quello forse di facilitare la precisazione di un certo metodo di lavoro dei «Quader­ni rossi» che a volte ho l'impressione susciti ancora perplessità in alcuni compagni. Voglio dire che ho l'impressione che alcuni compagni portino ancora, verso la sociologia e l'uso di strumenti sociologici, diffidenze che a me non sembrano giustificate, che a me sembrano essenzialmente motivate dai residui di una falsa coscienza, cioè dai residui di una visione dogmatica del marxismo. E' evidente che l'uso di strumenti sociologici a scopi politici operai non può non riaprire questa discussione, dal momento che il fondamento scientifico di una azione rivoluzionaria storicamente s'identifica col marxismo.

Brevissimamente vorrei fare qualche riferimento filologico: il marxi­smo - quello della maturità di Marx - nasce come sociologia; il Capitale, in quanto critica dell'economia politica, che cosa è se non un abbozzo di una sociologia? La base della criticadeireconomiapolìticaèl'accusariccamente - se non sempre sufficientemente e persuasivamente - documentata del carattere unilaterale dell'economia politica. Intendiamoci, questo tema risale al giovane Marx, da questo punto di vista c'è una continuità tra il giovane Marx e il Capitale. L'economia politica che riduce l'operaio a fattore della produzione è colta, non nella sua falsità, ma nel suo limite, appunto in questo: l'economia politica pretende di chiudere la realtà sociale dentro lo schema limitato di un particolare modo di funzionamento, e assume poi questo modo di funzionamento come il migliore e quello naturale. Però mentre nei Manoscritti economico-filosofici e in tutte le opere del Marx giovane questa critica dell'economia politica è poi collegata a una visione storico-filosofica dell'umanità e della storia - cioè il termine di confronto è l'uomo alienato («l'operaio soffre nella propria esistenza, il capitalista soffre nel guadagno del suo morto mammone») - il Marx del Capitale abbandona questo tema filosofico, metafisico; questa critica è rivolta esclusivamente ad una specifica realtà che è la realtà capitalistica e non pretende di essere l'anticritica universale rispetto alla unilateralità della economia politica borghese.

Io credo sia facile sostenere che una visione della sociologia come scienza politica è un aspetto fondamentale del marxismo; se si deve dare una definizione generale del marxismo direi che è proprio questa: una sociologia concepita come scienza politica, come scienza della rivoluzione. A questa scienza della rivoluzione viene tolto ogni significato mistico ed essa viene ricondotta quindi all'osservazione rigorosa, all'analisi scienti­fica. (Questo poi è dimostrabile anche per il Marx politico, ma non sviluppo questo tema.)

Si sviluppa, d'altra parte, contemporaneamente a Marx, sotto la comune "denominazione di marxismo, un altro filone, che è quello poi che credo sia anche all'origine delle diffidenze marxiste moderne verso la sociologia in quanto tale; questo filone, lo sappiamo benissimo, può essere fatto risalire a certi scritti di Engels, il quale viceversa nella sua pretesa di stabilire un materialismo generale e una dialettica di universale validità, evidentemente crea un sistema, che comunque appare poco fedele al pensiero di Marx. La scienza della dialettica, applicabile alle scienze fisiche come alle scienze sociali, evidentemente è una negazione della sociologia come scienza specifica, e invece di fronte a questa ricrea una metafisica, che è altrettanto la metafisica del movimento operaio quanto la metafisica del girino e della rana. A questo punto, dietro il naturalismo della tradizione marxista-engelsiana, dietro all'oggettivismo naturalistico, spunta una concezione mistica della classe operaia e della sua missione storica; a questo punto si giustifica perfettamente la diffidenza verso la sociologia in linea di prin­cipio; se noi dovessimo accettare il marxismo in questa versione eviden­temente non sarebbe possibile una scienza dei fatti sociali.

C'è un tratto specifico nella sociologia marxista, la quale nasce dalla critica dell' economia politica, sul quale piuttosto mi sembra opportuno insistere e che segna un certo limite oppositivo tra una sociologia del movimento operaio e una sociologia che non tiene conto di questo elemento (non la definisco adesso borghese perché ancora non sarebbe giustificato). Il limite è che la sociologia di Marx. in quanto nasce dalla critica del­l'economia politica, nasce da una constatazione e osservazione sulla società capitalistica, la quale è fondamentalmente una società dicotomica, una società nella quale la rappresentazione unilaterale della scienza che essa ha sviluppato, cioè della scienza dell'economia politica, lascia fuori l'altra metà della realtà. Il fatto di trattare la forza lavoro soltanto come elemento del capitale, secondo Marx. provoca in linea di principio, dal punto di vista teorico, una limitazione e anche una deformazione interna al sistema che si costruisce. Quindi per Marx l'analisi sociologica socialista (intesa come scienza politica, perché è un'osservazione che pretende di superare questa unilateralità e di cogliere la realtà sociale nella sua interezza) è caratterizzata dalla considerazione specifica delle due classi fondamentali che la costituiscono. Ancora sottolineo il carattere sociolo­gico del pensiero di Marx, da questo punto di vista che rifiuta la indivi­duazione della classe operaia a partire dal movimento del capitale, cioè afferma che non è possibile risalire dal movimento del capitale automati­camente allo studio della classe operaia: la classe operaia sia che operi come elemento conflittuale, e quindi capitalistico, sia come elemento antagonistico, e quindi anticapitalistico, esìge una osservazione scientifica assolutamente a parte.

Quindi credo che da questo punto di vista la fine della sociologia nella tradizione marxista sia un indice d'involuzione del pensiero marxista.

Mi fermo un momento su questo punto.

La storia culturale degli ultimi venti anni ci presenta un grande sviluppo di una sociologia al di fuori del pensiero marxista, della tradizione e anche del pensiero marxiano. Anche se bisogna dire che quello forse che può essere considerato come il personaggio più importante della storia della sociologia, cioè Weber, ha tenuto evidentemente conto in modo molto serio del pensiero marxiano. Questa credo che sia una delle cose a cui varrà la pena di dedicare approfondimenti e studi da parte dei «Quaderni rossi», perché è un nodo che dobbiamo riuscire ad individuare bene in tutte le sue caratteristiche.

Addiritture la sociologìa borghese si è sviluppata, secondo me, a tal punto da presentare dei caratteri di analisi scientifica che sopravanzano il marxismo. Alcune cose che ho detto forse servono come filone molto generale a chiarire questa specie di vicenda. Si può azzardare un'ipotesi, nel linguaggio marxiano, cioè che il capitalismo, avendo perduto il suo pensiero classico della economia politica, come l'ha perduto (vedi: crisi della economia moderna, crisi dell'economia soggettiva, ecc. e tentativi, più o meno monchi, di riprendere il filo della tradizione del pensiero classico nell'economia), abbia viceversa trovalo la sua scienza non volgare nella sociologia. Un'ipotesi di questo genere permetterebbe anche di indagare le radici oggettive di questo, che forse hanno una prima conno­tazione molto grossolana nel fatto che, mentre in un primo tempo il capitalismo abbisogna soprattutto d'indagare sul proprio meccanismo di funzionamento, in un secondo tempo, quando esso è più maturo, ha bisogno invece di organizzare lo studio del consenso, delle reazioni sociali che s'impiantano su questo meccanismo. Ciò evidentemente diventa tanto più urgente per il capitalismo quanto più esso si sviluppa e passa alla fase superiore, alla fase di pianificazione, quanto più esso si libera (come determinante) dai rapporti di proprietà e fonda sempre di più la sua stabilità e il suo potere sulla crescente razionalità dell'accumulazione.

Questo non significa affatto, secondo me, che la sociologia sia una scienza borghese, anzi, significa che noi possiamo usare, trattare, criticare la sociologia come Marx faceva con l'economia politica classica, cioè vedendola come scienza limitata (e del resto dal tipo d'inchiesta che stiamo progettando è evidente che in essa ci sono già tutte le ipotesi che vanno al di fuori del quadro della sociologia corrente); e tuttavia significa che ciò che essa vede nel complesso è vero, cioè non è falsificato in sé, ma è piuttosto qualcosa di limitalo, che provoca delle deformazioni interne: ma essa tuttavia conserva quello che Marx considerava il carattere di una scienza, cioè un'autonomia che regge su un rigore dì coerenza, scientifico, logico.

Allora ripeto che bisogna avere molta diffidenza nei confronti della diffidenza verso la sociologia borghese: mi pare cioè che anche la storia del marxismo dimostri come invece la presa di contatto seria con questo sviluppo del pensiero sia una condizione per una ripresa di un pensiero politico rivoluzionario. Come poi questa vicenda si sia aggravata attraverso le politiche di marca staliniana, è cosa che non deve essere neanche dimostrata, perché è ovvio che. nella grande mistificazione sovietica del pensiero staliniano, era una misura igienica elementare creare una specie di cintura nei confronti della sociologia: questo era assolutamente indispen­sabile. Può essere più o meno riportalo alle origini questo fatto, ma è un fatto storico evidente. Bisogna anche aggiungere che il pensiero marxiano come sociologia era un tema molto caro a Lenin, che da giovane trattò come opera di sociologia le opere di Marx: egli dice esplicitamente che le tratta come tali, ed io credo che in questa come in molte altre cose Lenìn avesse perfettamente ragione.

Ora io vorrei, prima di fare ancora un accenno ad un aspetto della sociologia contemporanea, che secondo me è da vedere criticamente con molto rigore e forza, accennare atjapporto che si può stabilire tra l'uti­lizzazione della inchiesta sociologica e il marxismo. Questo è un tema, io credo, che in fondo abbiamo portato avanti fin dalla nascila dei «Quaderni rossi» e non abbiamo mai sviluppato fino in fondo; l'abbiamo affermato, ma poi in realtà non l'abbiamo rigorosamente ragionato.

Sottolineo una cosa a cui avevo già accennato prima; cioè che la dicotomia sociale di fronte alla quale noi ci troviamo comporta un livello d'indagine scientifica molto alto, sia per quel che riguarda il capitale, sia per quel che riguarda l'elemento conflittuale e potenzialmente antagonistico che è la classe operaia.

Io direi che il metodo dell'inchiesta da questo punto di vista è un riferimento politico permanente per noi, a parte che si deve poi esprìmere in un fatto specifico, in questa o quella inchiesta; esso significa il rifiuto di trarre dall'analisi del livello del capitale l'analisi del livello della classe operaia. Significa, in sostanza, che vogliamo ripetere la proposizione di Lenin che il movimento politico operaio è l'incontro del socialismo con il movimento spontaneo della classe operaia. Cioè dentro il movimento spontaneo della classe operaia - diceva Lenin, con una immagine abbastanza bella - se non c'è l'incontro con il socialismo come fatto volontario, cosciente e scientifico, c'è l'ideologia dell'avversario di classe. Il metodo dell'inchiesta cioè è il metodo che dovrebbe permettere di sfuggire ad ogni forma di visione mistica del movimento operaio, che dovrebbe assicurare sempre un'osservazione scientifica del grado di consapevolezza che ha la classe operaia, e dovrebbe essere quindi anche la via per portare questa consapevolezza a gradi più alti. Da questo punto di vista c'è una continuità ben precisa tra il momento dell'osservazione sociologica, condotta con criteri seri e rigorosi, e l'azione politica: l'indagine sociologica è una specie di mediazione, se si fa a meno della quale si rischia di cadere in una visione o pessimistica o ottimistica, comunque assolutamente gratuita, di quello che è il grado di antagonismo e di coscienza da parte della classe operaia. È chiaro che questa considerazione ha delle conseguenze sugli scopi politici dell'inchiesta, anzi in sé rappresenta lo scopo massimo dell'inchiesta stessa.

Adesso vorrei toccare due questioni.

Mi pare che sia necessario, nella scella degli strumenti della sociologia contemporanea, compiere effettivamente alcune operazioni critiche, so­prattutto per quel che riguarda tutti questi aspetti che si chiamano micrp-socìologja, nei quali i limiti assunti a priori portano probabilmente a delle grosse deformazioni: nel senso che non permettono di vedere connessioni che invece potrebbero essere tirate fuori se quegli studi fossero collocati in ambito più ampio. Molto spesso in questo tipo di ricerche, che per esempio in parte sono anche antropologiche, vengono scelti a priori dei temi isolandoli da un contesto più ampio, cercando di non vedere le correlazioni con tale contesto, e questo porta ad una vera deformazione nella scelta stessa. Vengono molto spesso in realtà scelti quei temi che possono essere ricompresi nell'ambito di una risoluzione dei conflitti, però le connessioni che invece possono esistere tra i rapporti sociali studiati in questo campo e una prospettiva antagonistica di rovesciamento del sistema, queste vengono scanate a priori.

È evidente che l'uso socialista della sociologìa richiede dei ripensamenti, richiede che questi strumenti vengano studiati alla luce delle ipotesi fondamentali che si assumono, che poi si riassumono in una: nel fatto che i conflitti si possono trasformare in antagonismi e quindi non essere più funzionali al sistema (tenendo conto che i conflitti sono funzionali al sistema, perché è un sistema che va avanti coi conflitti).

Mi pare che in questo quadro assuma un'importanza fondamentale quello che si diceva questa mattina, cioè che è necessario che un aspetto dell'inchiesta sia rappresentato dalla cosiddetta «inchiesta a caldo», cioè l'inchiesta fatta in una situazione di notevole movimento conflittuale, e che in questa situazione bisogna studiare il rapporto tra conflitto e antagonismo; cioè studiare in che maniera cambia il sistema di valori che l'operaio esprime in periodi normali, quali valori si sostituiscono con consapevolezza di alternativa, quali scompaiono in quei momenti, perché ci sono dei valori che l'operaio possiede in periodi normali e che non possiede più in periodi di conflitto di classe e viceversa.

Studiare cioè particolarmente tutti i fenomeni che riguardano la solidarietà operaia, e che rapporto c'è tra solidarietà operaia e rifiuto del sistema capitalistico: cioè in che misura gli operai sono coscienti a quel momento che la loro solidarietà può essere apportatrice anche di forme sociali antagonistiche. Si tratta in sostanza di verificare in che misura gli operai sono coscienti di rivendicare di fronte alla società diseguale una società di eguali e quanto sono coscienti che questo possa assumere un valore generale per la società, in quanto valore di eguaglianza di fronte alla diseguaglianza capitalistica.

Nell'accentuare gli aspetti dell'inchiesta «a caldo» c'è un riferimento, evidentemente, ad una assunzione fondamentale; cioè che la società an­tagonistica in sé, è una società che non riesce mai a ridurre a omogeneità per lo meno uno dei fattori fondamentali che la costituisce, cioè la classe operaia. Risulta allora necessario studiare in che misura è possibile cogliere in concretala dinamica attraverso ia quale la classe operaia tende a passare dal conflitto all'antagonismo, cioè a rendere esplosiva questa dicotomia di cui vive la società capitai isti camper cui la formulazione, io credo, del questionario da applicare in queste situazioni merita una grossa attenzione, deve essere studiata molto bene.

A questo vorrei aggiungere un'altra cosa particolarmente importante, riferendomi ancora alla discussione di questa mattina. L'inchiesta deve tener conto - sulla base della trasformazione fondamentale del capitalismo, cioè sulla base del passaggio del capitalismo alla pianificazione - dei processi di burocratizzazione, in quanto hanno questo riferimento reale, cioè il passaggio del capitalismo alla pianificazione e quindi importanza decrescente del rapporto di proprietà come base del capitalismo e l'importanza crescente invece della razionalità nell'accumulazione. Così vanno viste le trasformazioni della classe operaia: essenzialmente sotto il profilo dei rapporti nuovi che si stabiliscono tra operai e tecnici, della costituzione di nuove categorie e delle trasformazioni nella composizione della stessa classe operaia.

Mi pare che questi due aspetti siano preminenti: da un lato la verifica in situazioni di lotta dei due livelli, dall'altro le tendenze provocate nella coscienza della classe operaia e dei tecnici dalle trasformazioni del loro «status».

Mi pare che l'inchiesta debba tener presente un certo cambiamento che c'è stato storicamente nei rapporti capitalìstici, per cui schematizzando possiamo dire: c'è un rovesciamento del rapporto tra ricchezza e potere; mentre nel capitalismo classico la ricchezza è il fine e il potere è un mezzo, questo rapporto nel corso del capitalismo tende a rovesciarsi e il potere tende ad asservire la ricchezza, cioè la ricchezza diventa un mezzo per accrescere il potere.

Questo evidentemente provoca dei grossi cambiamenti strutturali in tutti i rapporti sociali.

Ora, se questi sono due aspetti preminenti, non si possono ancora chiamare in senso specifico due scopi dell'inchiesta. In modo schematico invece gli scopi dell'inchiesta si possono riassumere così: noi abbiamo degli scopi strumentali, evidentemente molto importanti, che sono rap­presentati dal fatto che l'inchiesta è un metodo corretto, efficace e politi­camente fecondo per prendere contatto con gli operai singoli e gruppi di operai. Questo è uno scopo molto importante: non solo non c'è uno scarto, un divario e una contraddizione tra l'inchiesta e questo lavoro di costruzione politica, ma l'inchiesta appare come un aspetto fondamentale di questo lavoro di costruzione politica. Inoltre il lavoro acui l'inchiesta ci costringerà, cioè un lavoro di discussione anche teorica tra i compagni, con gli operai ecc., è un lavoro di formazione politica molto approfondita e quindi l'inchiesta è uno strumento ottimo per procedere a questo lavoro politico.

Poi ci sono altri scopi politici dell'inchiesta: cioè mi pare che sia decisiva al fine di togliere ambiguità che ancora esìstono, anche notevoli, nella formazione teorica: ossia nella teoria che vanno elaborando i «Quaderni rossi», dal momento che (come diversi compagni hanno asserito) molti elementi di questo abbozzo di teorìa sono ricavati soltanto per antitesi, cioè sono ricavati dalla critica delle posizioni ufficiali, o dalla critica comunque degli sviluppi che ha avuto il pensiero del movimento operaio, ma non sono positivamente fondati, cioè non sono empiricamente fondati a livello di classe.

In assenza della possibilità di una verifica politica in senso compiuto, nella quale tuttavia il rigore della indagine sarebbe sempre fondamentale, ma che evidentemente ci darebbe elementi macroscopici, prove docu­mentarie incontrovertibili, il lavoro dì indagine fatto in questo modo è il lavoro in un ceno senso più importante che noi possiamo fare, è il lavoro che assicura anche il legame tra teoria e pratica che oggi sembra sfuggirci per ragioni oggettive.

Questo è uno scopo permanente che dovrebbe essere perseguito sempre e che in sostanza rappresenta un aspetto fondamentale di metodo del nostro lavoro.

Un altro obiettivo importantissimo è costituito infine dal raggiungi­mento di una dimensione europea nel lavoro.

Il confronto fatto attraverso l'indagine di varie situazioni europee ci dovrebbe dare, non solo a noi, ma anche ai compagni francesi e tedeschi, elementi abbastanza importanti per definire la possibilità o meno, e su quali basi, dì una unificazione delle lotte operaie a livello europeo.


Tratto da Spontaneita’ e organizzazione. Gli anni dei Quaderni Rossi 1959-1964. Scritti scelti a cura di Stefano Merli. Pisa: BFS edizioni, 1994.
http://www.bfs-edizioni.it/