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04 2008
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Rog: la lotta in città

Traduzione: Viviana Costabile

Andrej Kurnik, Barbara Beznec

Barbara Beznec

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Andrej Kurnik

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L’ex complesso industriale Rog, rimasto vuoto per più di dieci anni, è stato occupato ed aperto (al pubblico) alla fine di marzo del 2006. Quale risultato dell’occupazione di questo nuovo spazio, molti singoli e diversi gruppi vi hanno introdotto, dandogli vita, varie produzioni di tipo culturale, artistico, sociale e politico. Inizialmente si era inteso il Rog come uno spazio d’intervento breve e temporaneo nella città di Lubiana al fine di contrastare gli effetti negativi della privatizzazione e della denazionalizzazione – e la conseguente scomparsa degli spazi pubblici – ed inoltre per dar forma a nuove politiche culturali all’interno della città.

La creazione di un nuovo centro autonomo di produzione culturale costituiva quindi, in questo senso, una risposta al costante e soffocante controllo esercitato sulla produzione culturale (sia nell’ambito delle istituzioni private che in quelle pubbliche, quali ad es. quelle cattoliche, commerciali e governative) e di conseguenza anche sulla produzione di soggettività politiche. Il Rog costituiva inoltre anche una risposta alle difficoltà incontrate nel muoversi da un paradigma di produzione materiale a quello di produzione immateriale, episodio che aveva lasciato molti produttori di arte e cultura privi sia di spazi che di istituzioni. L’occupazione del Rog venne quindi dichiarata come temporanea ed “uso temporaneo” fu il concetto adottato per definire tale situazione. L’occupazione ebbe luogo in un contesto di forti cambiamenti politici ed economici dove erano presenti molte fabbriche dismesse (ex siti di produzione industriale di massa) e in cui erano presenti un’alta percentuale di disoccupazione ed un consistente cognitariato precario. Attraverso l’uso temporaneo del Rog s’intendeva accendere e diffondere un dibattito in tutta la città e provocare delle discussioni intorno alle politiche culturali e sulle condizioni di produzione del cognitariato. Il livello del conflitto in merito a questo dibattito non era chiaro e durante l’esistenza del Rog veniva man mano ad assumere una diversa intensità. Nel momento in cui scriviamo questo saggio, ad es., il livello di conflitto è molto alto – molto più alto di un anno fa, quando i negoziati tra la comunità dei fruitori del Rog e l’amministrazione cittadina sono stati improvvisamente interrotti dal sindaco. Dopo un fallito tentativo di sgombero, l’attuale posizione del sindaco è quella di tenere il Rog sotto una rigida sorveglianza municipale.

 
Il Rog come evento generazionale

Il Rog ha costituito un’esperienza generazionale ed è nato come tentativo pratico di distaccarsi dall’egemonia concettuale, pratica e politica di quella generazione al potere sin dagli anni '80. Sia nelle destre che nelle sinistre politiche, nei circoli del Partito comunista in carica, nei milieus crescentemente nazionalisti e nei nuovi movimenti sociali, il concetto di società civile (ovvero una società al di fuori delle istituzioni statali) aveva acquistato, negli anni '80, un ruolo predominante. Il conflitto sorto intorno all’interpretazione di tale concetto 

termina unicamente in seguito al trionfo dell'accezione borghese di “società civile”: ovvero di una società in cui vi è una separazione tra politica ed economia, dove il dominio della logica del mercato capitalistico sull’economia e l’autonomia politica sono visti quali garanzie dell’integrazione della società nel mercato globale. Questa egemonia viene inoltre convalidata dall’ordine hegeliano che ha sempre forgiato le relazioni tra società civile e stato. La società civile diventa la sfera di realizzazione dell’idea di Stato – integrazione gerarchica nel mercato globale. Il discorso sui diritti si basa sull’assunto che essi vengano garantiti in maniera da bloccare la possibilità di produrli. La produzione di vita diviene quindi impensabile al di fuori del controllo capitalistico unilaterale. Le forme alternative di produzione di vita vengono tollerate solo in quanto eccezioni, come lo si può dedurre dalle pratiche di resistenza localizzate, dalle politiche identitarie e dalla verticalità delle relazioni statali. Le nozioni di cultura alternativa, stili di vita, identità e minoranze vengono inglobate al sistema del multiculturalismo che, pur permettendo alcune espressioni specifiche di differenziazione, non arreca alcun danno alla macchina di riproduzione sociale del capitale. Le istituzioni della società civile fondate negli anni '80 diventano le istituzioni tollerate del multiculturalismo neoliberale di sinistra. L’enorme energia e la forte consapevolezza all’interno dello spettro delle soggettività degli anni '80 si sono disperse ed affievolite soprattutto in rapporto alle estreme e tragiche conseguenze della dissoluzione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Una delle rare forme d’espressione del desiderio di autonomia e dell’antagonismo sociale, sopravvissuta a questa fase di passaggio, senza che perdesse la sua autonomia ed il suo spirito di ribellione, è stata l’occupazione, al fine di rimetterle in uso, delle ex caserme militari jugoslave di Metelkova nel 1993. Questo enorme complesso situato nel centro di Lubiana è presto diventato un centro di dissidenza culturale e sociale, una fabbrica di produzione di soggettività alternative. Alla fine degli anni '90, però, questa fase di transizione si era quasi completamente compiuta essendoci ormai un’economia pienamente integrata ed un conflitto sociale accantonato con successo. Con l’ingresso nell’Unione Europea e nella NATO, all’inizio del nuovo millennio, la Slovenia si trasforma in un territorio di articolazione completamente imperiale. Lo sviluppo del nuovo regime biopolitico produce tuttavia anche delle nuove soggettività antagoniste che s’identificano con il nuovo movimento sociale per una globalizzazione alternativa. La nuova generazione politica emergente dalle lotte globali (per la libertà di produzione biopolitica), le cui radici affondano in esperienze come la rivolta zapatista, come le proteste di Seattle e di Genova, non può, però, più contare a lungo sulle istituzioni dei movimenti degli anni '80. Essa si ritrova infatti in un nuovo contesto di produzione biopolitica e di sfruttamento, in un regime di mobilità e molteplicità limitate e controllate.

La nuova generazione politica si oppone inoltre anche alle caratteristiche specifiche della produzione biopolitica negli ex paesi socialisti, caratterizzati dalle difficoltà insite nell’abbandono del paradigma produttivo di Manchester (il cosiddetto liberalismo di Manchester ndt). Una crescita economica che si basa innanzitutto sull’ipersfruttamento nella più classica accezione del termine – ore lavorative interminabili e straordinari non retribuiti – ed inoltre si concentra prevalentemente sul settore edilizio in cui la stragrande maggioranza dei profitti provengono dallo sfruttamento dei lavoratori migranti in un regime fondato sulla creazione di una forte dipendenza e sul ricatto. La loro mobilità, autoritariamente limitata e controllata, è diventata quindi il fulcro della crescita economica nazionale, a spese delle forme di lavoro immateriale e cognitivo, al quale viene chiaramente attribuito un valore inferiore, con il risultato di produrre, così, un alto tasso di disoccupazione e precarizzazione proprio in quegli ambiti che hanno accesso ad una più alta formazione scolastica. La cultura viene ancora ampiamente considerata, è il caso di dire, una sfera di riproduzione sociale o la sfera in cui viene prodotta l’ideologia dominante: per questo motivo vi sono sia una notevole pressione per quanto riguarda l’omogeneizzazione culturale che una forte repressione culturale.

Riportato in vita dagli imprenditori e dai sindacati, il paradigma di produzione di Manchester (in cui la fonte del plusvalore è costituita dal lavoro quantificato, vale a dire, dalle ore effettivamente lavorate) e il “protezionismo nero” (dove la perdita d’influenza della sovranità nazionale viene compensata con il controllo della produzione culturale) delineano il contesto in cui la nuova generazione politica incontra il cognitariato (che viene a scontrarsi o con il recupero dello sviluppo capitalista o con la repressione) e i lavoratori migranti (che sono soggetti ad una mobilità repressa e controllata).

Delle nuove soggettività, un nuovo ordine, delle nuove concezioni di spazio e tempo e soprattutto delle nuove articolazioni della produzione immateriale postfordista e dello sfruttamento, richiedono necessariamente delle nuove forme di visibilità, di scambio e di organizzazione. Lo scenario in mutamento della città e delle periferie, la perdita di spazi pubblici a causa della privatizzazione, la gestione autoritaria della popolazione e delle prassi, queste ultime considerate problematiche dai detentori del potere (come nel caso dei poveri, dei migranti, dei mendicanti, dei rom, degli spazi degli autonomi, della produzione artistica e culturale non commerciale) e la riduzione della diversità alla logica del profitto sono quindi tutti fattori che non fanno altro che rendere necessario un nuovo intervento spaziale e politico.

Questo è il contesto in cui il Rog – che puntava a diventare un’istituzione di produzione libera e che avrebbe potuto riappropriarsi delle condizioni di produzione biopolitica, che mirava, in sostanza quindi, a diventare un’istituzione del comune – prendeva forma.

 
Aperture ed incontri

Il Rog è un’apertura – un’apertura di uno spazio per una libera produzione a favore della moltitudine, al fine d’intervenire nel processo di privatizzazione della proprietà comunale correlata ad atti di corruzione. L’ex fabbrica di biciclette Rog è il simbolo di quella corruzione che la privatizzazione inequivocabilmente comporta, ed inoltre il simbolo del difficile passaggio dal fordismo al postfordismo, dal paradigma produttivo proprio del lavoro materiale a quello proprio del lavoro immateriale. Durante il processo di privatizzazione, di ristrutturazione e reintegrazione della società nel mercato globale, la produzione di massa (delle bici) del Rog subisce un arresto. Tale processo viene portato avanti in forma di un attacco politico contro il potere dei lavoratori e compiuto attraverso la distruzione del loro potere politico ed economico: la proprietà sociale sembrava quindi essere stata inizialmente nazionalizzata per poi venir privatizzata o denazionalizzata. La fabbrica Rog, situata al centro della città, in un susseguirsi di diversi processi, viene poi acquistata due volte dall’amministrazione comunale di Lubiana e, ormai ex fabbrica, rimane vuota, per ragioni speculative, per più di quindici anni.

L’esperienza del Rog ruota intorno a varie riunioni ed assemblee. L’idea della riapertura e della revitalizzazione degli spazi, adattati soprattutto a gallerie d’arte, si diffonde tra alcuni giovani architetti ed attivisti – molti dei quali combattono in quel periodo, negli anni ’90, la fase più terribile dell’espropriazione, che aveva condotto tra l’altro alla cancellazione dell’1% della popolazione dal registro dei residenti permanenti. E’ anche il momento in cui i partiti di destra, appena giunti al potere a livello nazionale, cercano di introdurre la flat tax (imposta sui redditi personali caratterizzata da una sola aliquota ndt) – mobilitandosi contro le persone “cancellate” (i non più residenti) e le altre minoranze – e, allo stesso tempo, di mantenere un totale controllo sulla produzione culturale e sociale, per la quale ciò sta a significare, quindi, un insieme di seri problemi d’accesso a fondi e spazi. Nella città di Lubiana invece il potere si trova nelle mani di una sinistra che non sa che farsene, tranne che esercitarlo per poter permettere alle lobbies del potente settore immobiliare di fare ciò che vogliono. E’ in questa situazione che l’ex fabbrica Rog, durante il festival “Swarming of the Multitude” (lo stormire della moltitudine), viene occupata e dichiarata aperta a tutti coloro i quali necessitano di uno spazio per la produzione sociale e culturale.

Così è nato il Rog. Subito dopo l’occupazione, il significato della fabbrica, all’epoca da poco riaperta, oltrepassa i confini fisici e i confini delle comunità direttamente coinvolte nell’autogestione dello spazio. L’occupazione del Rog diventa così il generatore e il terreno di prova del cambiamento dei paradigmi produttivi e per questo motivo essa viene inizialmente sostenuta da molte organizzazioni artistiche e culturali, oltre che da singoli individui che investono in vari concetti. La comunità della nuova fabbrica postmoderna Rog sembra allora perfettamente consapevole del suo potenziale d’influenza sulla trasformazione della produzione stessa – del “divenire” di una nuova istituzione artistica, culturale e sociale – e per questa ragione inizia a mettere in atto una strategia anticonflittuale nei confronti dei proprietari, ovvero, del comune di Lubiana. Tale strategia si basa sul presupposto di un uso temporaneo di questo spazio e del bisogno di nuove istituzioni per la produzione artistica, culturale e sociale: istituzioni che valorizzino la produzione immateriale. Il discorso del Rog occupato non viene però unicamente costruito sul bisogno di fondare delle istituzioni allo scopo di valorizzare il lavoro immateriale e cognitivo: esso si rivolge infatti anche contro lo sfruttamento di tale tipo di lavoro mediante l’organizzazione dello spazio. Vengono istituite prassi organizzative e comunicative, come ad es. un’assemblea dei fruitori ed un processo decisionale basato sulla partecipazione attiva, sull’apertura e sull’autogestione, al fine di rafforzare una comune identità e la valorizzazione del sé. L’idea è quella di raggiungere una certa continuità nelle forme di organizzazione e di comunicazione tra la fabbrica occupata (il Rog temporaneamente occupato) e la nuova istituzione pubblica per la produzione culturale e sociale. A tal proposito la definizione “uso temporaneo” non viene usata in maniera esclusivamente tattica, visto il contesto estremamente sfavorevole delle relazioni di potere; essa costituisce piuttosto un meccanismo di difesa dello spazio pubblico attraverso la sua ricostruzione come spazio comune. Per questo motivo il ruolo dell’assemblea dei fruitori è quello di assicurare che il Rog, nonostante i tentativi di sfratto da parte del comune, rimanga aperto ed organizzato intorno al principio del “comune”, per difenderlo dai tentativi di privatizzazione, per rivendicare questo suo “essere pubblico” e per contribuire alla concezione della nascita di un futuro Rog, in cui i programmi, le attività e le forme di autogestione testimonino una continuità con questo periodo di “uso temporaneo” della fabbrica.

Il progetto viene tollerato per otto mesi, poi arrivano le elezioni regionali: il nuovo sindaco eletto è un candidato indipendente della sinistra, ex manager della società Mercator, che promette efficienza e ha in mente di amministrare la città come un’azienda, mettendo in atto dei progetti che potrebbero permettere alla piuttosto stagnante città di Lubiana di fare un salto in avanti. Il suo team è costituito da persone che promettono un cambiamento nelle forme di produzione ed un nuovo stile di governo, che assicura di trarre forza dalle iniziative dei cittadini. Per un certo periodo sembra che il progetto del Rog tragga giovamento dal dinamismo della nuova amministrazione cittadina: prendono il via i negoziati con il consiglio comunale per legalizzare l’uso temporaneo di questo spazio e il progetto per un nuovo Rog è inizialmente aperto ai contenuti formulati dai fruitori temporanei. Poi improvvisamente, senza alcun preavviso, il consiglio comunale blocca unilateralmente tutti i negoziati, cancella tutti gli accordi ed inizia un processo di marginalizzazione e ghettizzazione dei “fruitori temporanei”, che da questo momento vengono visti come degli intrusi e degli occupanti abusivi. Il Rog diventa così un caso emblematico della degenerazione del potere pubblico – la sospensione, ad es., di un dibattito pubblico e democratico, il ruolo autoritario di un sindaco e la totale mancanza di democrazia all’interno di un’amministrazione pubblica – ma anche l’emblema della futura evoluzione delle istituzioni di produzione culturale e sociale (produzione immateriale). La valorizzazione della produzione immateriale viene però organizzata in modo autoritario: non è assolutamente superfluo menzionare il fatto che il sindaco di Lubiana applica le pratiche di management, già usate nell’azienda Mercator (settore commerciale), direttamente nell’ambito dell’amministrazione comunale della città.

Dall’esperienza del Rog può essere tratta una lezione importante: tutto ciò che è comune non può essere sfruttato senza essere distrutto. Ciò riporta senz’altro alla mente i paradossi e le ambiguità insiti nella natura dell’economia capitalistico-periferica (come in Slovenia), in cui la lotta per lo sviluppo ha sempre un rapporto ambiguo verso la lotta contro lo sfruttamento. Ma se nel ventesimo secolo la lotta per lo sviluppo ancora riusciva ad adombrare la lotta contro lo sfruttamento (con tragiche conseguenze), questo appare oggi impossibile in un’età di produzione immateriale, dove la lotta per lo sviluppo dev’essere necessariamente una lotta contro lo sfruttamento, la quale a sua volta dev’essere una lotta indirizzata verso la riappropriazione delle condizioni di produzione di vita. Qualsiasi azione che cerchi di ottenere il recupero o l’integrazione è destinata a fallire, per questo motivo l’idea  dell’uso temporaneo del Rog rischiava di sacrificare il comune a favore dell’accumulazione capitalistica.

 
Dall’uso temporaneo all’autonomia permanente – l’esperienza del Centro Sociale Rog

L’esperienza del Rog mette in evidenza lo stato dei conflitti biopolitici a Lubiana, che non sono altro che articolazioni locali di processi capitalistici globali di accumulazione biopolitica e delle loro alternative, i cui confini sono definiti dal conflitto esistente tra gli interessi pubblici, privati e comuni. L’occupazione dell’ex fabbrica ad opera di una moltitudine di produttori culturali, artistici e sociali ha naturalmente sollevato delle questioni riguardanti la possibilità di democratizzare gli spazi pubblici (in seguito alla loro ricostruzione in qualità di spazi comuni) ed inoltre riguardanti le istituzioni di produzione culturale, artistica e sociale, in tempi in cui il potere pubblico è sempre più intriso della logica del management aziendale, il che conduce ad un rafforzamento del potere decisionale autoritario, a sua volta consolidato dallo stringere delle società con investitori privati: un reciproco rafforzamento, quindi, meglio definito dall’espressione “società pubblico-privata”.

Nel caso del Rog, l’Ufficio del Sindaco (che gestisce tutte le attività di rappresentanza del sindaco, si occupa dei rapporti con il cittadino, della comunicazione istituzionale e diretta, del cerimoniale, dei rapporti istituzionali ndt) esprime, ad un certo punto, indifferenza verso l’iniziativa di formare una rete di produttori indipendenti, reazione interpretabile come un’indifferenza espressa nei confronti di un’originale iniziativa dei residenti della città, nei confronti di una forma di democrazia partecipativa biopolitica indirizzata verso la produzione del comune. Nel frattempo lo stesso Ufficio del Sindaco richiede ad investitori privati di farsi sostenere nella lotta contro questa forma partecipativa di base: in opposizione a questo spazio condiviso della produzione artistica, culturale e sociale, viene pianificata, all’interno dell’ex fabbrica, la costruzione di una grande istituzione di arte contemporanea come parte di una società pubblico-privata. In questo modo l’amministrazione comunale intende imporre il fatto che la prima istituzione artistica del paese si caratterizzi per la subordinazione degli interessi pubblici ad una logica aziendale e ad affari privati in generale. E’ importante, a tal proposito, sottolineare quale nuovo scenario di lotta di classe si delinei nel momento in cui il lavoro immateriale (culturale, artistico, affettivo, ecc.) viene imbrigliato nel regime dell’accumulazione capitalista: in un simile scenario diventa infatti indispensabile affrontare temi che abbiano a che fare con il rapporto tra la libertà, la creatività e la disciplina così come con il rapporto tra l’eventualità, la singolarità e l’unilateralità della valorizzazione capitalista.

Ciò vale anche per il tema delle soggettività del lavoro immateriale e il loro rapporto verso le istituzioni ed il potere pubblico, alla luce della lotta per il comune, contro l’unilateralità del capitale.

Il Rog svela il tipo di governo imperiale che si cela dietro le articolazioni politiche e amministrative locali, soprattutto quelle riguardanti la scuola, l’università e la ricerca dove è possibile ritrovare l’intreccio tra pubblico e privato sopra descritto e, contemporaneamente, la nascita di un comune antagonista e costituente. La totale integrazione della vita sociale nel regime dello sfruttamento biopolitico può essere dunque osservata sotto varie altre dinamiche: la pressione in direzione della gentrificazione, la normalizzazione dello spazio pubblico e il processo di decostruzione e di ricostituzione dei confini – tutte caratteristiche ormai dei centri urbani, dove a farla da padrone sono i nuovi meccanismi di discriminazione che sostengono l’apparato imperiale.

Bisogna dire, però, che la forza trainante del diffondersi dell’esperienza dell’autonomia del Rog è proprio l’indifferenza dimostrata dall’amministrazione comunale. Il tentativo d’integrarsi in modo sovversivo nel nuovo ciclo e nelle nuove istituzioni di produzione culturale, artistica e sociale si chiude con esiti a dir poco perversi: incoraggia infatti investimenti privati verso tale tipo di produzioni, verso la gentrificazione ed incoraggia l’intento violento dell’amministrazione comunale di limitare le nuove soggettività produttive. Risulta allora chiaro che l’unico modo di stabilire un management culturale ed artistico nella città è quello di smantellare il progetto comune, distruggendo così le forme di organizzazione che, in maniera collettiva, si riappropriano delle condizioni di produzione sociale e della produzione di vita: per queste ragioni l’esperienza del Rog finisce coll’estendersi oltre le mura e i confini del centro sociale come unica risposta possibile alla crisi. Gli attacchi del comune ai fruitori del Rog e le pratiche di libera organizzazione della produzione immateriale pongono il Rog in prima linea nella lotta contro le forme di dominio e sfruttamento, basate sull’espropriazione del comune e sulla privatizzazione delle condizioni di produzione sociale.

Grazie a ciò, il lavoro politico svolto dal Rog, mediante la comunicazione e la traduzione di conflitti sociali in vari contesti, riesce ad ottenere un potere incredibile. L’uso condiviso degli spazi per incontri, riunioni, l’ibridità della moltitudine (i lavoratori migranti, i sans papiers, i richiedenti asilo, i lavoratori precari, gli attivisti) hanno reso possibile portare alla luce e dichiarare lo spettro complessivo del dominio imperiale nelle città postfordiste e postnazionali, così come lo spettro comune di lotta e contropotere.

Gli incontri, le riunioni, l’ibridità, conferiscono significato all’esperienza dell’autonomia e del biosindacalismo e il centro sociale Rog offre davvero un’esperienza totalmente nuova in confronto ai movimenti sociali della passata generazione a Lubiana. Il progetto si basa sulla critica della segmentazione e della verticalità della società civile e dello stato, nonché sulla critica delle politiche identitarie e dei centri culturali indipendenti che, tradizionalmente, hanno sempre pensato a proteggere le loro isole di differenza. I centri sociali rappresentano al contrario un meccanismo di soggettivizzazione alternativa in espansione.

Nel dibattito sugli spazi della soggettivizzazione alternativa, appunto, il centro sociale Rog assume una chiara posizione: esso rifiuta infatti l’integrazione nell’“impresa-città” che vede la produttività culturale e sociale come una produzione di soggettività da cui trarre potenzialmente profitto. Data la stretta relazione esistente tra i tentativi di arginare gli spazi o le forme della produzione immateriale e i processi di normalizzazione, individualizzazione, tra la distruzione della memoria, le reti sociali e l’espropriazione del comune, l’unica cosa possibile da fare è prendere una posizione che sia contro l’integrazione. D’altro canto il Rog rifiuta lo stato di eccezione, che viene usato dalle politiche della differenza per legittimare l’esistenza di spazi alternativi come una sorta di riserva per le minoranze presenti all’interno della società. Il centro sociale Rog sta cercando di iniziare un processo di ricomposizione politica nella città, basato sul rendere visibili e sul comunicare le lotte dei lavoratori cognitivi precari, dei lavoratori migranti, dei sans papiers e dei richiedenti asilo, volte contro le istituzioni e i meccanismi di controllo.

L’estrema precarietà del Rog stesso, il quale sta lottando contro il tentativo del comune di soffocarlo, offre l’opportunità di capire fino in fondo le condizioni comuni a molte istituzioni precarie. I ricercatori militanti autoorganizzati, i richiedenti asilo, i sans papiers e i lavoratori migranti, che portano vita nel centro sociale, stanno sperimentando nuove forme di fare politica in condizioni di postnazionalismo e postfordismo. Dal punto di vista delle prassi del centro sociale, tali condizioni possono essere così definite:

1. Decostruzione e ricostituzione del diritto al territorio. Il centro sociale cerca di andare oltre la moderna dicotomia esistente tra l’individualismo e il comunitarismo. In Slovenia tale dicotomia è stata decisiva per la costituzione di due blocchi politici: mentre la cosiddetta sinistra seguiva il sentiero dell’individualismo liberale e sviluppava un discorso di diritti, che chiaramente legittimava la privatizzazione e l’accumulazione neoliberale e allo stesso tempo si diceva a favore dei diritti umani e delle minoranze come leva per l’integrazione, la destra nazionalista e razzista si serviva del discorso del comunitarismo etnonazionalista responsabile di diverse forme di esclusione.

Il movimento “territorializzato” all’interno del centro sociale, contro il governo autoritario e contro il controllo della migrazione, articola un altro modo di rivendicare il diritto al territorio come lotta comune contro la società di controllo – attraverso il tentativo di creare una comunità al confine (un confine che viene proseguito nella metropoli come confine del politico e della costituzione della cittadinanza). Questa lotta contro lo sfruttamento è la lotta contro i confini in quanto istituzioni che, insieme all’unilateralità del dominio capitalista, limitano la mobilità e la molteplicità.

2. La crisi della politica rappresentativa. Il leone non è più in gabbia, crediamo infatti che si trovi nel centro sociale. La politica rappresentativa non può più reclamare l’esclusività della rappresentazione e dell’organizzazione degli interessi. I centri sociali costituiscono un intervento e una costruzione contro le sempre più decisive forme e istituzioni della governabilità che attraversano l’ordine politico costituzionale. Le trasformazioni che stanno avendo luogo in città stravolgono tutti i parametri della politica moderna. La sfida per noi consiste nel realizzare le prassi di cittadinanza autovalorizzante in opposizione alla cittadinanza gerarchicamente concepita. La crisi del sistema rappresentativo che colpisce gli interessi più forti del lavoro e del capitale (in Slovenia, ad esempio, il modello neo-aziendale è motivo di intenso conflitto) ci offre l’opportunità di studiare nuove forme di lotta contro la costituzione politica del lavoro salariato, che si sta muovendo in direzione di un’estrema forma di precarizzazione. Le nuove forme di biosindacalismo sembrano fornire un primo segno di apertura derivante dal rifiuto del paternalismo del “partenariato sociale” e dalla riscoperta della gioia della lotta di classe in quanto lotta contro il lavoro salariato e la riproduzione sociale del capitale. La crisi della politica rappresentativa si riflette inoltre nella crisi della società civile organizzata nelle ONG per la difesa dei diritti umani e delle minoranze. Il centro sociale è il laboratorio di una cittadinanza globale, un luogo d’incontro/riunione, di ibridazione e di empowerment, in cui sono state già sperimentate nuove forme di autoorganizzazione da parte dei richiedenti asilo precedentemente sempre rappresentati dalle ONG. Senz’altro decisiva è in ogni caso la trasformazione che sta avvenendo all’interno del centro sociale: si è avuta infatti una totale riarticolazione del rapporto tra la lotta sociale (economica) e politica e la lotta per il controllo delle condizioni di produzione di vita può essere considerata, senza dubbio, sia sociale che politica. La teoria è qualcosa di assolutamente non esterno ai movimenti ed ai partiti: è insita nei movimenti sociali quale capacità di autotraduzione e di concettualizzazione della soggettività radicale come anche degli oggetti d’attacco – teoria come arma del movimento.

In conclusione: il Rog non è uno spazio utopico. Il Rog è un luogo di lotta nella città, che sembra ritrovarsi nella prima linea tracciata dalle trasformazioni avute luogo in città, come, ad es., le nuove forme di governabilità – definite anche istituzioni e forme di controllo sulla mobilità e sulla molteplicità –, una nuova articolazione del rapporto tra pubblico e privato, i nuovi fronti dello sfruttamento e l’inclusione quali forme dell’esproprio del comune, la crisi della politica rappresentativa e delle moderne dicotomie che hanno enucleato la soggettività politica. E’ difficile dire come andrà a finire la storia, che è iniziata un po’ per caso come risultato di un meraviglioso incontro e che era il tentativo di intervenire e di costruire qualcosa nella città, in un momento in cui si era giunti alla prima fase della privatizzazione e del cambiamento sociale e la seconda era già stata decretata, ovvero, la trasformazione del settore pubblico, con un nuovo make up politico del lavoro immateriale e della flessibilizzazione del lavoro, che reca con sé la precarizzazione del lavoro salariato così come forme di controllo della mobilità lavorativa.

Le cose sono poi precipitate velocemente: il rapporto pubblico-privato si è articolato in nuove forme di governabilità; il nuovo sindaco e l’amministrazione comunale hanno imposto una gestione autoritaria della città di Lubiana, trasformandola in un lampo in un’impresa d’affari; la politica culturale della città e del paese si è sempre di più orientata verso l’accumulazione e lo sfruttamento degli ultimi bastioni della produzione immateriale, che era riuscita ad evitare la privatizzazione fino a quel momento – proprio quella produzione artistica e culturale che era considerata come un assetto pubblico ed aveva raggiunto un alto livello di autonomia. La crisi dei fondi e la crescente insicurezza riguardo agli spazi per la produzione culturale è andata di pari passo con la gentrificazione e la normalizzazione.

La generazione della “cultura alternativa” che era presente nel centro della città sin dagli anni '70 corre il pericolo di scomparire; si è trovata incastrata tra il dover accettare l’integrazione oppure/e l’assumere il ruolo di riserva eccezionale, limitata, della differenza in città. La fabbrica Rog e il centro sociale Rog hanno dunque il dovere di produrre nuove forme di soggettività politica, capaci di sovvertire le nuove forme di governabilità dell’“impresa” Lubiana.