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03 2008
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Confine come metodo, ovvero, la moltiplicazione del lavoro

Traduzione: Viviana Costabile

Sandro Mezzadra / Brett Neilson

Sandro Mezzadra

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Brett Neilson

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Viviana Costabile (translation)

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Il presente saggio va letto come l’abbozzo di un più ampio progetto di ricerca in cui siamo attualmente impegnati.[1] Al centro del nostro lavoro di ricerca vi è la proliferazione dei confini del mondo attuale e il ruolo multiscalare che essi assumono nell’odierno riassetto dell’esperienza e della vita dei soggetti che lavorano. In un certo senso, ci proponiamo di riconfigurare il campo in continua crescita dei border studies andando oltre quello che è il vastissimo interesse per i temi di sicurezza e identità – o, per essere più precisi, cerchiamo di reinquadrare l’analisi stessa di tali concetti dal punto di vista del ruolo fondamentale che i confini rappresentano nella produzione dello spazio e del tempo fortemente eterogenei del capitalismo globale. E’ in questo quadro che tentiamo di rielaborare il concetto marxiano di forza-lavoro e vogliamo fornire una discussione critica del concetto di ‘divisione internazionale del lavoro’. Ma cerchiamo anche di dare il nostro contributo alla discussione in corso sulla traduzione nell’ambito degli studi coloniali e postcoloniali.

 
1. Confine come metodo

Secondo la nostra opinione, il confine non rappresenta un semplice oggetto di analisi, nonostante ci rendiamo conto della necessità di specificare e analizzare le caratteristiche empiriche proprie di ogni confine e di qualsiasi punto su di esso. Riteniamo piuttosto, come suggerisce il titolo di questo saggio, che il confine sia un metodo. Con ciò non intendiamo, però, che il confine fornisca una metodologia astratta, separabile dai suoi contesti materiali e, in genere, applicabile a qualsiasi tipo di situazione empirica. Siamo infatti dell’avviso che il metodo debba emergere in particolare dalle singole circostanze materiali che, nel caso dei confini, riproducono situazioni di tensione e di conflitto, di divisione e di connessione, di attraversamento e di sbarramento, di vita e di morte. Il confine come metodo, quindi, non implica unicamente un punto di vista epistemico a partire dal quale è possibile riformulare tutta una serie di concetti strategici come pure le relazioni che intercorrono tra di essi. Esso richiede inoltre un processo di ricerca che tenga costantemente conto delle, e reagisca alle, molteplici battaglie e negoziazioni, non ultime quelle riguardanti la “razza”, che danno origine al confine sia come istituzione che come insieme strutturato di relazioni sociali.

Siamo convinti che una delle caratteristiche principali dei processi di globalizzazione odierni risieda nella continuo ridefinizione di diversi livelli geografici la cui stabilità non è più possibile dare per scontata. Confine come metodo affronta tale argomento e cerca di analizzare adeguatamente le varie forme di mobilità che attraversano i diversi spazi e s’incrociano all’interno di essi, rendendo il concetto di spazio sempre più eterogeneo nella sua essenza. Parte di questa complessità risulta evidente dall’uso che si fa delle metafore concettuali al fine di descrivere queste forme di mobilità. Che la metafora idraulica del flusso abbia quasi finito col monopolizzare il dibattito critico sulle nuove forme di mobilità globale non si può certo negare. Negli ultimi anni, però, diversi importanti studi etnografici ed antropologici hanno cominciato a contestare il predominio di questo concetto mettendo in primo piano casi e modelli di relazioni transnazionali che sembrano poter essere meglio descritti mediante l’uso di altri strumenti e di altre categorie concettuali.

Per descrivere la fitta rete globale che influisce sulla, e favorisce la, deforestazione di vaste aree dell’isola indonesiana di Kalimantan, Anna Tsing (2005) sostituisce ad esempio la metafora del flusso con quella dello scavare (incidendo) dei canali globali (il punto qui è porre in rilievo quanto tali relazioni vengano create attraverso l’esercizio di una notevole forza, di molta violenza ed usando  spirito d’iniziativa, piuttosto che seguendo semplicemente dei percorsi già stabiliti). In maniera analoga, James Ferguson nel suo lavoro di ricerca sull’estrazione delle risorse nell’Africa sub-sahariana introduce il concetto di ‘salti’ globali piuttosto che servirsi di quello di “flussi” per descrivere come questo tipo di movimenti riesca in maniera efficace a stabilire delle relazioni tra ‘i punti isolati nella rete escludendo (con la stessa efficacia) gli spazi che esistono tra i punti’ (2006:47). Non si tratta nel complesso di liquidare la metafora del flusso, quanto piuttosto d’indirizzarsi verso un insieme di categorie analitiche, mediante cui individuare diversi tipi di mobilità globale, in un modo non altrimenti possibile attraverso un qualsiasi singolo focus etnografico. Il confine è quel punto di vista metodologico che ci permette di afferrare queste mobilità eterogenee. Collocandoci al confine cerchiamo di elaborare un pensiero di confine (border thinking) (Mignolo 2000) che ci consenta di descrivere la produzione stessa della profonda eterogeneità dello spazio e del tempo globali.

 
2. La moltiplicazione del lavoro

Fondamentale per ogni considerazione sui processi globali attuali è il fatto che il mondo si è sempre di più aperto ai flussi di capitale e di merci, ma sempre di più chiuso alla circolazione delle persone. Esiste, tuttavia, un tipo di merce inscindibile dalla persona ed è proprio la peculiarità di questa merce che fornisce una chiave di lettura per comprendere e spiegare la situazione apparentemente paradossale fin qui illustrata. Ci riferiamo alla merce costituita dalla forza-lavoro che allo stesso tempo connota una capacità dell’essere umano ed appare in qualità di bene di scambio nei mercati a vari livelli geografici. Non solo la forza-lavoro non è una merce come tutte le altre, ma anche i mercati all’interno dei quali essa viene scambiata sono particolari. Questo perché i confini hanno un ruolo molto rilevante nella configurazione dei mercati del lavoro. I processi di filtraggio e di differenziazione che avvengono al confine plasmano in maniera palese le forze-lavoro all’interno di, e attraverso, spazi diversi tra di loro. Esiste, però, anche una singolare tensione all’interno della forma merce astratta che ha a che fare con la forza-lavoro: tale tensione scaturisce dall’impossibilità di scinderla dai soggetti viventi. Diversamente che nel caso di un tavolo, ad esempio, il confine tra la forma merce della forza-lavoro e il suo ‘contenitore’ dev’essere continuamente ritracciato e riaffermato. Questo è il motivo per cui la costituzione politico-legale dei mercati del lavoro comporta inevitabilmente dei regimi mutevoli riguardo all’investimento del potere nella vita, cosa che complica, ad esempio, la chiara e netta distinzione esistente tra sovranità e governamentalità. Ed è anche il motivo per cui la dimensione delle lotte dei lavoratori che emerge dalla costituzione di tali mercati implica un confronto con il tema del confine.

E’ proprio il rapporto tra forza-lavoro e lotta a stabilire un legame tra le istanze del rafforzamento e dell’attraversamento dei confini, quali andremo ad analizzare in diversi paesaggi di confine (su questo concetto si veda Rajaram – Grundy-Warr, 2007). Ciò non sta a significare però che ci occupiamo di un assetto stabile e lineare di rapporti tra forze-lavoro, confini e processi politici nelle varie situazioni soggettive ed oggettive. Al contrario cerchiamo di mettere in evidenza i continui ed imprevedibili mutamenti di tali assetti introducendo il concetto di moltiplicazione del lavoro. Da un lato esso designa l’intensificazione del processo lavorativo e la tendenza del lavoro a colonizzare il tempo della vita. Dall’altro lato esso si associa e allo stesso tempo si sostituisce al concetto più familiare della divisione internazionale del lavoro. Rovesciando il significato classico di tale concetto dell’economia politica, intendiamo innanzitutto mettere in discussione quell’ortodossia che suddivide in categorie lo spettro globale del lavoro secondo gli schemi delle divisioni internazionali o delle configurazioni fisse quali il modello dei tre mondi o quelli costruiti su opposizioni binarie come centro/periferia oppure Nord/Sud. L’intento che ci prefissiamo è anche quello di ripensare le categorie attraverso cui viene specioficata la gerarchizzazione del lavoro all’interno dei mercati del lavoro, indipendentemente da quali siano le loro caratteristiche specifiche e le loro forme di segmentazione.

Elaborando il concetto della moltiplicazione del lavoro ci proponiamo di ripensare la relazione tra lavoro e potere (e quindi in un certo senso dell’associazione classica forza/potere/potenza-lavoro) in riferimento alla striatura e all’eterogeneità dello spazio nell’attuale fase di transizione del capitale globale. Se noi facciamo nostra la tesi di Nicholas De Genova (2008) sull’esistenza di un legame intrinseco tra lavoro e spazio, entrambi considerati come coordinate concettuali e materiali di questa transizione, ne consegue che la natura di tale legame può subire dei cambiamenti a seconda del contesto specifico. In particolare, vogliamo sottolineare come l’eterogeneizzazione dello spazio globale comporti da un lato un’esplosione delle geografie che seguono il modello dello stato-nazione e dall’altro un’implosione che spinge territori e soggetti apparentemente distaccati a stabilire delle relazioni insolite che facilitano i vari processi di produzione e di sfruttamento del lavoro. Ciò conduce ad una situazione che va ben oltre la concezione classica della divisione internazionale del lavoro. Un processo che scalza quello che il sociologo tedesco Froebel ed altri (1980) alla fine degli anni ’70 avevano denominato ‘la nuova divisione internazionale del lavoro’, che implicava la delocalizzazione della produzione materiale dai paesi sviluppati a quelli meno sviluppati con un ruolo di sempre maggior rilievo per le aziende multinazionali e con effetti di deindustrializzazione e dipendenza.

Il concetto di divisione internazionale del lavoro ha una complessa genealogia risalente ai dibattiti svoltisi nell’ambito dell’economia politica classica. Basti qui notare che almeno sin dagli anni venti e trenta del secolo scorso, tale concetto è stato prevalentemente usato per descrivere la divisione dell’economia mondiale in mercati di lavoro separati, contraddistinti da un lato dai confini degli stati-nazione e dall’altro dalla distinzione tra centro e periferia. Gli scritti di Jacob Viner (Viner 1951) risultano di particolare importanza a tal riguardo. Nel mettere in discussione il concetto di una divisione internazionale del lavoro, non intendiamo ribadire un ovvio dato di fatto rappresentato dalla sovrapposizione dei processi globali e transnazionali al sistema internazionale degli stati. Non basta sostituire l’aggettivo internazionale con transnazionale o globale come mossa teorica al fine di creare strumenti concettuali adatti all’analisi degli attuali processi di transizione e delle loro implicazioni riguardo alla migrazione, al lavoro e al controllo dei confini.

La verità è che i processi transnazionali sono sempre esistiti e se, in parte, i tentativi di seguirne il forte aumento negli ultimi decenni ha prodotto una qualche utilità analitica ed esplicativa, d’altro canto vi è un continuo bisogno di tenere in conto la persistenza, spettrale o meno, dello stato-nazione. Sia che si propenda per il concetto di Saskia Sassen di ‘tipping point’ (punto critico) in cui lo stato-nazione s’inserisce in una nuova logica globale dell’organizzazione (Sassen 2006: 148sgg.) o per la tesi di Hardt e Negri secondo cui lo stato-nazione è stato destituito dalla sua posizione di monopolista del potere sovrano all’interno della ‘costituzione mista’ dell’Impero (2000: 304sgg.), è comunque necessario riconoscere il fatto che il capitalismo globale assume forme particolari e adotta strategie e pratiche specifiche in contesti diversi. Il neoliberalismo, ad esempio, nel suo diffondersi in Cina acquista forme particolari che differiscono considerevolmente da quelle stabilite nel contesto delle democrazie rappresentative dell’Europa e del Nord America (Wang 2003).

La proliferazione dei confini è relazionata a questa complessa differenziazione del capitalismo e punta ad un modello di articolazione dello spazio di egemonia del capitale che differisce significativamente da quello esemplificato dal concetto di divisione internazionale del lavoro e dal modello di centro-periferia. Se il confine tra il centro e la periferia non è l’unico e nemmeno il principale strumento di divisione nelle forme attuali di configurazione della geografia di produzione e dello sfruttamento, allo stesso modo in cui non lo è il controllo della mobilità della forza-lavoro, allora è necessario ripensare anche alla, e farsi un’idea più complessa della predominanza del concetto di divisione come concetto atto a descrivere l’organizzazione e lo sfruttamento del lavoro. È in questo senso che parliamo di una moltiplicazione del lavoro che va di pari passo con la proliferazione dei confini. E’ fondamentale sottolineare che la moltiplicazione non esclude la divisione. Ancora una volta non vogliamo proporre di sostituire un concetto con un altro. Al contrario, la moltiplicazione implica una divisione o, in maniera più esplicita, possiamo dire che la moltiplicazione rappresenta una forma di divisione. Parlando di moltiplicazione del lavoro vogliamo sottolineare il fatto che la divisione funziona in un modo completamente differente rispetto a come avvenga nel mondo, così come viene costruito all’interno del quadro della divisione internazionale del lavoro. Essa tende a funzionare attraverso una continua moltiplicazione degli strumenti di controllo che corrispondono ad una moltiplicazione dei regimi di lavoro e delle soggettività implicate da tali regimi, all’interno della quale ogni singolo spazio viene costruito come separato (dagli altri) secondo i vari modelli della divisione internazionale del lavoro. Una conseguenza di ciò è la presenza di particolari tipi di regimi di lavoro in diversi spazi globali e locali. Il risultato è una situazione in cui la divisione del lavoro deve essere considerata entro una molteplicità di spazi sovrapposti, a loro volta eterogenei al loro interno.

Dovrebbe essere ormai chiaro che la nostra critica del concetto di ‘divisione internazionale del lavoro’ non ha come punto di riferimento l’idea di uno spazio ‘liscio’ del capitalismo globale. Nel nostro caso è anzi l’opposto: noi poniamo l’accento sul fatto che il crescente dominio dei poteri ‘astratti’ come la conoscenza e la finanza nel capitalismo odierno abbia come corrispettivo una profonda eterogeneità dei regimi e delle posizioni del lavoro. La proliferazione dei confini gioca un ruolo chiave nell’articolazione di questa eterogeneità e nel suo inserimento in circuiti globali più ampi. Il moltiplicarsi degli elementi di connessione e di divisione produce una geografia multiscalare propria del capitalismo contemporaneo: tale geografia è certamente caratterizzata da enormi divari per quel che riguarda la ricchezza e il potere, ma la sua complessità mette sempre di più in dubbio non solo le idee, quali ad es. ‘i tre mondi’ o ‘il Nord globale’ contro ‘il Sud globale’, ma anche qualsiasi uso rigido, ristretto, di concetti come ‘centro’ e ‘periferia’ la cui funzione è quella di restituire un’immagine coerente della ‘divisione internazionale del lavoro’.

In molti di questi casi della proliferazione dei confini che analizziamo nella nostra ricerca, che vanno dall’Africa ai confini interni della Cina, dalle ‘frontiere esterne’ dell’Unione Europea al confine tra gli Stati Uniti e il Messico, dalla ‘Soluzione Pacifica’ dell’Australia alla terra di confine del Bengala tracciamo regimi differenziali di filtraggio e stratificazione che fungono da mezzo di selezione e controllo delle forze lavoro migranti. Con una tale mobilità e moltiplicazione dei confini, le divisioni e le gerarchie, componenti necessarie dell’organizzazione del lavoro nel capitalismo, s’intensificano e si diffondono a dismisura. Lavorare con questo concetto di ‘moltiplicazione del lavoro’ significa riconoscere tali divisioni come qualcosa di non semplicemente dato ma continuamente prodotto, imposto e reimposto, spesso in reazione ai movimenti stessi di migrazione. Ci troviamo qui di fronte allo stesso tempo a un aspetto governabile e a un aspetto ingovernabile delle operazioni di moltiplicazione. Così come la forza-lavoro si sposta, cerca d’intrufolarsi e rifugiarsi, attraversare e rimarcare i confini in varie parti del mondo, anche la sua mobilità è condizionata da processi reali e violenti di assoggettamento che hanno luogo in maniera crescente secondo la temporalità della sospensione, della decelerazione e accelerazione così come secondo i processi correlati di inclusione differenziale.

 
3. Nello spazio dei confini temporali

Nel suo libro Global ‘Body Shopping’, Xiang Biao fornisce un resoconto etnografico del sistema lavorativo indiano, noto come ‘body shopping’, per la gestione della mobilità transnazionale dei tecnici informatici indiani. Attraverso questo complesso sistema, consulenti di tutto il mondo operano per reclutare i tecnici informatici provenienti dall’India allo scopo di procurargli un passaggio verso diversi paesi e darli poi in appalto a clienti in base a lavori a progetto. Riuscendo a mediare tra i bisogni delle aziende e le leggi vigenti sulla migrazione nei paesi ospiti, questo sistema di lavoro transnazionale consente di abbinare lavoro mobile e capitale volatile, spesso attraverso pagamenti ritardati o pratiche che sfruttano il lavoro sottopagato o, ancora, attraverso gli investimenti che la famiglia in India fa. Il libro di Xiang rappresenta un contributo molto importante ai dibattiti attuali sui processi globali e la loro connessione con le trasformazioni ‘locali’: in particolare esso prelude a nuove prospettive in merito a concetti come etnicizzazione e transnazionalizzazione. Ma quello che a noi qui interessa è una questione più precisa, che ci permette di passare dai confini spaziali a quelli ‘temporali’.

Affinché il sistema del body shop funzioni, c’è bisogno che le agenzie lavorative si rifacciano a meccanismi specifici e sfruttino falle legislative presenti nel sistema del paese verso cui i lavoratori si spostano. Questo è l’interesse del lavoro sul campo condotto da Xiang a Sydney, Australia. Qui, il visto 457 (Temporary Business (Long Stay) Subclass Visa) che permette l’entrata di lavoratori qualificati che hanno la sponsorizzazione del datore di lavoro, ha fatto sì che i body shop (agenzie di lavoro temporaneo ndr.) facessero da sponsor per i lavoratori e li affittassero ad aziende industriali e all’amministrazione pubblica a condizioni flessibili altrimenti non consentite secondo le leggi sulla sponsorizzazione. Analizzando queste pratiche, Xiang riesce a fornire un quadro generale di come la logica della domanda e dell’offerta della forza lavoro nell’industria delle tecnologie informatiche stia cambiando:

 “Che ci sia o meno un reale divario tra la domanda e l’offerta del lavoro nel settore delle tecnologie informatiche, non ha una grande importanza; quello che veramente importa è il desiderio da parte dei datori di lavoro di avere un’offerta in continua crescita per mantenere l’impulso di crescita nelle fasi di espansione. A differenza di una reale carenza, una carenza virtuale come questa non può mai venir compensata, dal momento che una maggiore offerta finisce col produrre una maggiore carenza. La coesistenza di una carenza di forza-lavoro qualificata e un tasso di disoccupazione di lavoratori qualificati consistente, dunque, può rappresentare una caratteristica costante della New Economy, una caratteristica esemplificata dalla diffusa prassi del ‘mettere in panchina’ i lavoratori nei body shops persino nelle fasi di maggiore richiesta.” (Xiang 2007: 17).

La pratica del ‘mettere in panchina’ a cui qui si fa riferimento consiste nel tenere in riserva i lavoratori (i quali, nel periodo in cui ‘sono in panchina’, vengono pagati pochissimo) nelle agenzie (nei body shops) al fine di subaffittarli ad aziende private e pubbliche. Questo sistema e la creazione di una ‘carenza virtuale’ in esso implicita possono essere intesi come una tecnica per regolare ed equilibrare l’offerta del lavoro nel settore delle tecnologie informatiche rispetto alla domanda. Nella prospettiva dei lavoratori tenuti ‘in panchina’, si tratta di un periodo di sospensione forzata in cui le loro competenze cognitive, acquisite con grandi sacrifici economici, non solo vengono letteralmente sprecate ma devono essere anche continuamente aggiornate dal momento che essi devono svolgere contemporaneamente lavori non qualificati come quello da tassista o da commesso. Ancora una volta ci troviamo qui davanti alla moltiplicazione del lavoro in atto. La divisione del lavoro in qualificato e non qualificato perde parte della sua validità nel momento in cui tali lavori vengono svolti dalla stessa persona. Più precisamente possiamo affermare che la tassonomia del lavoro qualificato e non qualificato necessita di essere ripensata in un quadro temporale dinamico che vada oltre i modelli tradizionali chiusi della domanda e dell’offerta, del trade-off tra disoccupazione ed inflazione, del PIL, oltre i fattori push e pull (fattori di spinta e di attrazione) della migrazione e così via.

Troppo spesso la cosiddetta svolta spaziale ha portato, negli studi sul capitalismo e sulla globalizzazione, ad ignorare le dimensioni temporali dei movimenti, dei conflitti, delle situazioni di blocco e di stasi transnazionali. Non vogliamo negare il valore dei preziosi contributi e delle idee apportati, a tal riguardo, da studiosi come David Harvey, Doreen Massey e Neil Smith, ma le dinamiche temporali specifiche che desideriamo evidenziare riescono a fornire un più ampio quadro dei processi conflittuali in gioco quando le pratiche di mobilità e stasi globale favoriscono il formarsi della soggettività in vari assetti spaziali e territoriali. Prendiamo per esempio i centri di detenzione ai confini dell’Europa. Dalla prospettiva spaziale, questi luoghi occupano una posizione strategica e hanno un ruolo strumentale nello stabilire e nel rafforzare i confini. Essi rientrano a far parte di un sofisticato apparato di tecnologie di controllo dei confini impiegato dagli stati singoli e dall’Unione Europea per selezionare e filtrare il passaggio dei migranti verso il, e dal, territorio Europeo. Se noi, però, evidenziamo la dimensione temporale, bisogna allora riconsiderare questo elemento di controllo geografico alla luce di ritmi asincroni di detenzione, di transito, di prolungamento ed accelerazione che non solo attraversano le esperienze soggettive dei corpi e delle menti in movimento, ma costituiscono anche la chiave d’accesso per l’inserimento di tale movimento nelle dinamiche del mercato del lavoro e nella fabbrica sociale e simbolica della cittadinanza.

Ciò è stato dimostrato da un gruppo transnazionale di ricercatori noto come TransitMigration che ha posto l’accento, ad esempio, sull’esperienza soggettiva dei migranti detenuti nell’area dell’Egeo, dove i centri di detenzione fungono più da punto di entrata verso il territorio europeo che non da punto di partenza. Come scrivono Efthimia Panagiotidis e Vassilis Tsianos (2007: 82): ‘Il governo dei movimenti migratori ha lo scopo di confinare le dinamiche di questi ultimi in zone temporali di mobilità gerarchizzata allo scopo di creare dei soggetti mobili governabili da flussi ingovernabili’. Rutvica Andrijasevic (2008) chiarisce che questo approccio spezza ‘la linearità progressiva attraverso cui vengono solitamente rappresentati i viaggi dei migranti (ovvero un movimento che ha origine da A e si dirige verso la destinazione B) e sposta l’attenzione verso le interruzioni e le discontinuità quali l’attesa, il nascondersi, le deviazioni inaspettate, gl’insediamenti, le soste intermedie, le fughe e i ritorni’. Nello scrivere sui campi situati nei paesi vicini all’area meridionale della UE, la studiosa asserisce che essi sono ideati non allo scopo di prevenire o bloccare i movimenti migratori in generale, bensì per regolare il tempo e la velocità delle migrazioni. Ciò consente di sviluppare il concetto di ‘confini temporali’ (Rigo 2007), che non coincidono con i confini spaziali, ma servono piuttosto a riconfigurarli, rafforzarli ed attenuarli.

Un modo per concettualizzare il nesso tra il sistema di detenzione amministrativa e la strutturazione dei mercati del lavoro è quello di descrivere il centro di detenzione come una ‘camera di decompressione’ (Mezzadra & Neilson 2003) che serve ad equilibrare, nel più violento dei modi, le tensioni costitutive che soggiacciono all’esistenza stessa dei mercati del lavoro. La pratica del ‘tenere in panchina’ descritta da Xiang Biao può essere considerata, da questo punto di vista, una forma particolare di detenzione, sebbene essa non implichi una reclusione forzata. Più precisamente, si tratta di una pratica di confinamento che comporta implicazioni per i rapporti di lavoro (tra datore di lavoro e lavoratore) e per lo sfruttamento all’interno di un quadro giuridico particolare (in questo caso il visto australiano 457 per la sponsorizzazione dei migranti qualificati da parte del datore di lavoro). Se un tale confinamento implica ovviamente una divisione all’interno del mercato del lavoro (facendo una distinzione, ad esempio, tra i lavoratori del body shop, presi in esame da Xiang, e i tecnici informatici regolari operanti nel mercato del lavoro nazionale australiano), esso implica allo stesso modo una moltiplicazione distinta del lavoro (che appare evidente nel momento in cui andiamo a considerare esattamente la dimensione globale della pratica del body shopping – il rapporto di questi lavoratori verso i parenti in India, verso altri tecnici informatici che lavorano negli USA alle stesse condizioni, verso intermediari che si trovano in luoghi come Singapore e Kuala Lumpur, ecc). Mentre da un lato l’esperienza dei centri di detenzione ci permette di capire qualcosa della pratica del ‘tenere in panchina’ (benching), anche quest’ultima ha un valore importante ai fini della comprensione del funzionamento dei centri di detenzione. Osservati in riferimento al ‘benching’, i centri di detenzione sembrano essere molto più connessi con la produzione e la riproduzione della merce particolare denominata forza-lavoro (labor-power) che non con l’esercizio del potere sovrano sulla ‘nuda vita’ (Agamben 1998). L’approccio, da noi definito ‘moltiplicazione del lavoro’, richiede quindi un ripensamento della separazione dei concetti di sovranità e governamentalità introdotti da Foucault, così come delle relazioni spaziali e temporali costitutive di queste due categorie.

Non si tratta tanto di schierarsi per l’uno o per l’altro dei concetti di sovranità e governamentalità, quanto piuttosto di conservare, allo stesso tempo, il valore operativo di entrambi in ogni analisi adeguata delle relazioni di potere contemporanee e delle dinamiche parallele di soggettivizzazione. L’analisi di come i confini, nell’ordine globale attuale, non agiscano semplicemente da mezzo di esclusione, ma da tecnica di inclusione differenziale, costituisce la chiave d’accesso alla comprensione dell’interazione di queste forme o anche strategie dell’esercizio del potere. In questa prospettiva, i dispositivi e le pratiche di rafforzamento dei confini determinano le condizioni in cui è possibile – e viene quotidianamente praticato ed esperito – l’attraversamento del confine. Metafore come ‘Fortezza Europa’ sottovalutano la misura in cui il filtraggio selettivo delle molte forme di mobilità della forza-lavoro sia fondamentale per la sostenibilità economica dell’Europa e dei suoi stati membri, in particolare per il mantenimento del sistema pensionistico. Bisogna quindi riconoscere che, come sostiene Étienne Balibar (2004), i confini non esistono più unicamente ‘ai margini del territorio, segnando il punto dove esso termina’, ma ‘sono stati trasferiti al centro dello spazio politico’ (109).

 
4. Ripensare la traduzione al di là dell’equivalenza e dell’articolazione

Il concetto di moltiplicazione del lavoro ci consente di riconsiderare gli attuali dibattiti sull’inclusione sociale, andando ben oltre le usuali preoccupazioni a proposito della disuguaglianza, della povertà, del benessere ecc., all’interno di un singolo Stato-nazione. L’inclusione, sotto questo punto di vista, rappresenta un bene sociale alquanto ambiguo, essendo un sistema differenziale di filtraggio e stratificazione che funge da mezzo di gerarchizzazione e controllo. E’ necessario sviluppare un nuovo modo di pensare la costituzione politica della società che vada oltre la tesi diffusa secondo cui una società si autodefinisce mediante un atto di esclusione. Esistono molte varianti di questa tesi, ma una delle versioni recenti più articolate si può ritrovare nel saggio di Ernesto Laclau (2005) sul populismo. Laclau sostiene che solo attraverso l’esclusione la società può autocostituirsi come totalità. Secondo la sua opinione, tale esclusione ‘presuppone la scissione di qualsiasi identità nella sua natura differenziale, che la lega alle, e la separa dalle, altre identità, e nel rapporto di equivalenza che tale identità è in grado di stabilire con tutte le altre identità di fronte all’elemento escluso’ (78). Affinché l’elemento escluso acquisisca le caratteristiche di movimento populista, bisogna che ci sia una ‘resa parziale’ delle particolarità che lo costituiscono, e che esso ‘metta in evidenza ciò che tutte le particolarità hanno in comune, ovvero, in che cosa si equivalgono’ (78). Ma siccome le varie particolarità sono tenute insieme tramite questa ‘catena di equivalenza’, il loro significato si indebolisce fino al punto in cui ‘l’identità popolare funge da significante tendenzialmente vuoto’ (96). Il movimento populista diventa, in questo modo, ‘una parzialità che ha la pretesa di rappresentare la totalità della comunità’ (81), stabilendo una ‘frontiera interna’ nella società.

Tale concetto di ‘frontiera interna’ è completamente diverso da quello che noi definiamo, seguendo Balibar, ‘confine interno’. Tanto per cominciare, Laclau concepisce il costituirsi del popolo come il risultato di un’identificazione (di stampo) populista che sfida un potere stabilito, ma sempre all’interno di confini esistenti, che siano quelli tra due territori politici oppure quelli tra forme istituzionali esistenti. Come scrive Chantal Mouffe (2005), coautrice di Laclau: ‘non c’è consenso senza esclusione, non c’è un “noi” senza un “loro”, e non è possibile una politica che non sia basata sul tracciare una frontiera’ (73). Questi teorici intendono i rapporti tra le pratiche e le lotte sociali, da un lato, e l’articolazione politica, dall’altro, in un modo che riproduce un modello in cui tali rapporti sono esclusivamente particolari e per questo motivo incapaci di produrre nuove forme politiche al di fuori dell’assetto istituzionale degli Stati-nazione e delle relazioni internazionali. L’articolazione corrisponde ad un momento di cattura, ‘sequestro’, di questa particolarità, intrappolandola in un modello di equivalenza, che non viene messo in discussione e che molto spesso si riproduce senza limiti. Questa logica di equivalenza diventa inoltre la base stessa del comune su cui è possibile dar voce ad una contestazione politica.

La prospettiva della moltiplicazione del lavoro non pone in rilievo la proliferazione dei significati che producono una catena di equivalenze, ma la proliferazione dei confini che incidono e vanno oltre gli spazi politici esistenti. Conseguenza di ciò è che il sistema di inclusione differenziale, lungi dal costituire il politico attraverso l’esclusione, presuppone un processo selettivo di inclusione che suggerisce quanto qualsiasi totalizzazione del politico sia contingente e soggetta a processi di contestazione. Il confine per noi rappresenta, infatti, un luogo di conflitti materiali intensi dove entrano in gioco la vita e la morte, la separazione e la connessione, l’attraversamento e lo sbarramento. Di conseguenza, la costruzione del comune non ha niente a che fare con la produzione di differenze all’interno di una logica di equivalenze che vanifica ogni singola rivendicazione nel nome di un vuoto populismo. Dal nostro punto di vista, il popolo non può rappresentare altro che il soggetto costituito di forme politiche esistenti e dunque proprio quel modello contestabile, considerata la realtà dell’attraversamento dei confini e la produzione di soggetti in transito.

Non è questione di immaginare, e fantasticare su, alleanze e solidarietà facili tra le esperienze e le posizioni molto eterogenee sul mercato del lavoro proprie di vari migranti e soggetti in transito. Considerare queste figure come incarnazioni dei processi di moltiplicazione del lavoro ci porta piuttosto ad evidenziare certi tratti comuni, riguardanti il loro inserimento nei mercati del lavoro, che non possono più dare per certe la continuità e la stabilità della produzione e della riproduzione della forza-lavoro. Il modo in cui questi soggetti sono legati tra di loro non è da concepirsi come un’articolazione che annulla tutte le differenze in un sistema di equivalenze, ma piuttosto come un processo di traduzione che, come scrive Naoki Sakai (1997), non può essere inteso come una ‘forma di comunicazione tra due comunità linguistiche completamente sviluppate, diverse tra loro ma paragonabili’ (15).

Per poter adeguatamente elaborare tale concetto di traduzione occorre anche mettere in discussione la logica dello scambio che sostiene la struttura stessa del capitale, la quale opera una traduzione costante dei valori eterogenei nell’equivalente generale del denaro. Ripensando la traduzione al di là del quadro dell’equivalenza e dell’istanza decisionale neutra, è possibile individuare modelli di moltiplicazione e di proliferazione del senso che non contengano una dispersione politicamente svantaggiosa di forze e di alleanze. Un simile approccio eterolinguale alla traduzione, infatti, non implica un ridurre il pensiero e l’agire politico ad una serie di articolazioni ‘a casaccio’, che, oltretutto, sono limitate dalle condizioni istituzionali esistenti.

Riconcepire il politico in questo quadro non sta a significare dissimulare o abbandonare la sua dimensione conflittuale. La prassi e l’esperienza della lotta ben si conciliano con una prassi della traduzione che non cerca di appiattire tutti i linguaggi su un terreno omogeneo. Questo tipo di traduzione, in ogni caso, ci spinge a chiederci in che modo si possa riconsiderare una politica di lotta in cui uno vince e l’altro perde, servendosi di una politica di traduzione in cui ognuno di solito conquista e perde qualcosa allo stesso tempo. Ciò che serve è un riorientamento del politico che tenga conto di entrambi questi casi e delle varie temporalità possibili legate ai due casi. Non si tratta di privilegiare né una politica dell’evento, che pone in primo piano il momento della rivolta e della sospensione dell’ordine vigente, né una politica di articolazione, che enfatizza come le condizioni sociali contingenti prevedano la possibilità di portare avanti delle lotte circoscritte e strategiche. Nell’evidenziare, contemporaneamente, le lotte ed il lavoro necessario di traduzione, elementi costitutivi di qualsiasi tentativo di costruzione del comune, vogliamo dimostrare come la moltiplicazione del lavoro e la proliferazione dei confini debbano essere presi in considerazione per poter adeguatamente elaborare un nuovo concetto del politico.



[1] I risultati di tale ricerca verranno presto pubblicati in un libro.