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08 2009
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Addentro al modo della modulazione: le fabbriche del sapere

Traduzione: Viviana Costabile

Gerald Raunig

Gerald Raunig

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Viviana Costabile (translation)

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knowledge production and its discontents

“Benvenuti nella macchina!”, così, negli anni ‘70, l’università dava il benvenuto ai suoi studenti in un volantino satirico del disegnatore-fumettista e scrittore Gerhard Seyfried.[1] Ad una più attenta osservazione del volantino, la “macchina” si rivela piuttosto come una fabbrica, in quanto il soggetto di esso interessa appunto la produzione automatizzata di massa della merce-sapere all’interno delle università. Si può dire in un certo senso che la fabbrica del sapere seyfridiana possegga degli elementi comuni al “trenino dei fantasmi” (con tutte le relative, spaventose sorprese per i suoi passeggeri), al flipper (guardando agli studenti come a delle palline di un flipper lanciate e sballottate avanti e indietro), all’imbuto di Norimberga strutturato in tre piani (il sapere, in questo caso, viene difatti trasmesso – proprio come si confà ad una fabbrica – in una maniera massificante ed anonima). Simili evidenti trasposizioni delle caratteristiche della fabbrica quale istituzione-chiave fordista verso altre istituzioni erano allora tipicamente diffuse. Ma cosa potrà star a significare il fatto che anche nel passaggio al modo di produzione postfordista sia proprio la metafora, ancora intatta, della fabbrica ad essere applicata all’università?

Per “fabbrica” s’intende, in generale, un assemblaggio di macchine e lavoratori attraverso cui tutti gli aspetti della produzione vengono schematizzati, meccanizzati e standardizzati sulla base della divisione del lavoro. Assemblaggio di macchine e lavoratori: in primo piano vi è, in sostanza, il rapporto tra le due componenti, il loro scambio e la loro concatenazione. Karl Marx offre in tal senso, nel capitolo del Capitale sulle fabbriche, due diverse prospettive rispetto alla fabbrica. Analizzando la questione da un solo lato è l’“operaio complessivo combinato ossia il corpo lavorativo sociale” che “come soggetto dominante” determina il processo di produzione. In questo caso si tratta soprattutto della “cooperazione di classi diverse di operai, adulti e non adulti, i quali sorvegliano con abilità e diligenza un sistema di meccanismi produttivi”.[2] Da questa prospettiva, quindi, sono il lavoro vivo e il virtuosismo degli operai che, grazie alle competenze di questi ultimi, gestiscono la direzione e il controllo delle macchine. Ma se l’attenzione, dall’altro canto, viene spostata sul macchinario, allora “l’automa stesso è il soggetto, e gli operai sono soltanto coordinati ai suoi organi incoscienti quali organi coscienti e insieme a quelli sono subordinati alla forza motrice centrale”. Il servirsi della macchina si trasforma in questo caso in un servire la macchina, il virtuosismo passa così dall’operaio alla macchina e il lavoro vivo degli operai si ritrova imprigionato nella macchina. E’ proprio quest’ultimo aspetto che, secondo Marx, caratterizza l’applicazione capitalistica del macchinario e, quindi, il moderno sistema di fabbrica. Ed è a questo sguardo concentrato unicamente su una di queste due prospettive, riguardante appunto la fabbrica come forma di applicazione capitalistica del macchinario, – il quale rende i soggetti della produzione oggetti della macchina e allo stesso tempo però rende la macchina il soggetto – che corrisponde lo sguardo di Gerhard Seyfried in merito all’università in quanto fabbrica. Non è unicamente il sapere qui che diviene una merce, quanto anche la soggettivizzazione dei produttori del sapere – secondo l’immagine di Seyfried, esplicitata quale sottomissione degli studenti che, stando ad essa, apparirebbero ormai solo come delle componenti passive della fabbrica del sapere, come dei riproduttori formattati del sapere. L’immagine seyfridiana comprova l’identità di fabbrica e di macchinario dell’università: dopo averne varcato la soglia, gli studenti si ritrovano in una catena di montaggio che, supportata da crudi meccanismi di severa disciplina e da vessazioni inflitte dalla “macchina”, li sospinge spietatamente ed inesorabilmente. Un valido esempio lo possono fornire a tal proposito gli ingranaggi del sapere teorico, le griglie della disciplina degli esercizi, il torchio dello stress delle clausure, la forte chiusura degli ordinamenti, la striglia del sapere specialistico fino ad arrivare agli esami di laurea che mettono in atto l’esclusione della parte non indottrinabile (dello “scarto”) e l’inclusione degli arrendevoli. L’esclusione, in questo contesto, viene presentata molto drasticamente come un’eliminazione permanente dalla fabbrica del sapere, portata agli estremi nella Germania degli anni ’70 mediante l’“interdizione dai pubblici uffici”. L’inclusione, nell’altro caso, assume invece il significato di una forma specifica di divisione degli spazi, dell’ordine e della disposizione gerarchica, una letterale rinchiusura nello spazio. All’interno del territorio dell’università in quanto fabbrica, la catena di montaggio sospinge inarrestabilmente gli studenti verso l’uniformazione, verso il loro appiattimento fornendo infine come prodotto dei laureati standardizzati.

Il messaggio principale che quest’immagine restituisce è semplice: l’università-fabbrica è un enorme e mostruoso macchinario, in cui gli studenti, all’inizio diversi tra loro e con proprie caratteristiche, vengono resi degli esseri standard, plasmati e pronti allo sfruttamento all’interno di una società uniformata. Certamente la metafora dell’università in quanto fabbrica oggi appare più illuminante che mai, in un tempo in cui vigono infatti condizioni di avanzata mercificazione del sapere e di schematizzazione, di omogeneizzazione e di aziendalizzazione delle università. Ciononostante tale metafora da sola non basta a chiarire tutti gli aspetti della questione.


Produzione del sapere e formazione come (auto-)dovere permanente

L’immagine di Seyfried non coglie la potenza degli attori ed allo stesso modo non comprende i loro coinvolgimenti. Essa pone in rilievo, analogamente allo sguardo univoco e unidirezionale di Marx sulla fabbrica, gli studenti in quanto vittime, costruendo uno stridente contrasto tra l’apparato istituzionale e questi ultimi, da esso dominati. La suddetta immagine non solo tralascia, quindi, l’attuale amalgama di repressione e di autogoverno degli studenti, ma non tiene in considerazione nemmeno le altre caratteristiche dell’università-fabbrica: i docenti su tutti i livelli gerarchici, l’ambito di competenza dell’amministrazione e i molti aspetti del servizio erogato, dalle imprese di pulizia fino al personale addetto alle mense ed alla sicurezza, sia che abbiano un contratto fisso o meno o anche un contratto precario, sempre di più basato sul subappalto.

Già il quadro fornito della stessa matricola – che appare infatti altrettanto onesta e ingenua ed incede in maniera incerta, prima dell’inizio degli studi, ancora genuina e pulita sulla soglia della fabbrica del sapere, vedendosi esposta ai meccanismi dell’estraniamento non prima dell’ingresso nell’istituzione – risulta da solo, anche per la situazione di quegli anni (‘70), costruito in maniera un po’ troppo semplicistica. Attualmente va accrescendosi il numero delle esperienze e dei resoconti degli studenti che, sin dall’inizio, guardano al loro studio come ad una pura tappa di passaggio tra la scuola e il lavoro e considerano l’insegnamento come un puro servizio finanziato mediante le loro tasse pretendendo di conseguenza di avere potere decisionale in merito. Una cogestione non più vista come autoorganizzazione democratica, ma piuttosto come rapporto essenzialmente regolato dal valore di scambio tra gli studenti-stakeholders (“portatori di interessi”) e i docenti che forniscono un servizio.[3]

L’ideale di un passaggio all’università che favorisca l’emancipazione dal patriarcato, dalla famiglia, dalla scuola e dalla vita comunitaria della provincia presuppone che suddetto passaggio venga voluto, progettato ed intrapreso dagli stessi soggetti. Tuttavia, la tendenza sembra dirigersi verso un passaggio, dalle istituzioni scuola e famiglia verso l’università, non più concepito come una cesura, quanto piuttosto come una transizione non traumatica verso una forma di vita crescentemente contraddistinta dall’insicurezza. Se il passaggio dall’istituzione scuola verso l’istituzione università (e forse anche verso la fabbrica) rappresentava un tempo un inizio molto promettente, allo stesso modo, la mancanza di una evidente interruzione all’interno di tale passaggio (così come ad es. il sovrapporsi in maniera confusa dei praticantati non retribuiti durante gli studi con le occupazioni precarie che seguono alla laurea) costituisce la prova dell’indistinzione tra periodi di tempo (con i significativi territori ad essi legati) in passato distinti istituzionalmente, una prova valida anche per la coesistenza di diverse forme di precarizzazione post-istituzionale. Caratteristica fondamentale dell’autoformazione permanente è il concetto del lifelong learning, non più inteso però come concetto di una formazione continua nel senso emancipatorio di stampo illuminista, come superamento dei confini di classe e come veicolo di ascesa sociale, quanto piuttosto come un’autoobbligazione a vita, come imperativo ed “ergastolo” della formazione in quanto tale.


Il modo della modulazione

Il “Poscritto sulle società di controllo” è certamente il testo più noto di Gilles Deleuze. Scritto quasi in forma di manifesto, il filosofo francese riassume qui le tesi del suo amico Michel Foucault sull’internamento (così come sulla crisi di tale istituzione, sulla sua agonia e su ciò che ad essa segue), fa uso inoltre di formulazioni, che ben si prestano alla citazione, riguardanti la trasformazione delle società disciplinari in società di controllo e fornisce en passant la sua strategia di creatio continua di concetti. Per quanto marginale possa essere stato per il suo autore, il saggio ha al contrario conosciuto un’enorme diffusione e ricezione nel pubblico. La brevità e la concisione del poscritto hanno però anche il loro lato negativo: la debolezza del testo risiede, malgrado tutto il suo potenziale concettuale, nello schema, in sé veramente antideleuziano, di un esatto ordine temporale di disciplina e controllo.

Anziché con uno sviluppo lineare, dalle società di internamento e dagli ambienti chiusi alle società dei circuiti aperti, risulta più idoneo chiarire ciò che noi esperiamo attraverso la cumulazione di queste due diverse forme: alla sottomissione sociale dei soggetti-lavoratori/studenti va ad aggiungersi il modo di soggettivizzazione dell’asservimento macchinistico, all’adeguamento forzato all’“internamento” istituzionale vanno ad assommarsi nuovi modi di autogoverno in un ambiente completamente aperto e trasparente, al disciplinamento attraverso la sorveglianza e la punizione eseguite da altre persone va ad accostarsi il volto liberale (e liberista) del controllo in quanto autocontrollo volontario.

Modulazione è il termine usato per questa concatenazione di società disciplinare e di controllo: così come gli aspetti di disciplina e controllo vanno sempre intesi come intrecciati l’uno con l’altro, anche il loro agire congiunto diviene, in base all’esempio delle moderne fabbriche del sapere, ancor più chiaro ed evidente. Mentre il tempo dello studente è suddiviso, organizzato e schematizzato in piccoli moduli – e quindi la disciplina viene, in tal misura, condotta all’estremo –, la permanente trasformazione dello studio, al contrario, non conosce mai fine. “In effetti, così come l’impresa sostituisce la fabbrica, la formazione permanente tende a sostituire la scuola, e il continuo controllo a sostituire l’esame.”[4] Quelle che però Deleuze, per disciplina e controllo, descrive ancora come attribuzioni separate e consecutive, fluiscono in realtà, indistinguibilmente, l’una nell’altra: nel nuovo modo della modulazione non si finisce mai di cominciare da capo e allo stesso tempo non si finisce mai d’imparare.[5]  

L’imperativo del lifelong learning implica un doppio appellarsi: un appellarsi alla schematizzante modularizzazione, non solo della formazione o del lavoro; alla stratificazione, alla striatura e alla territorializzazione di tutti i rapporti e della vita intera, e contemporaneamente un appellarsi alla disponibilità a cambiarsi di continuo, ad adattarsi, a variarsi. La modulazione si rifà sicuramente a questo doppio appellarsi: essa si basa sull’agire congiunto della netta separazione e schematizzazione, sia temporale che spaziale dei moduli, e dell’indivisibilità tra variazioni infinite e modulazioni sconfinate. Se la modulazione ha da un lato il significato di tenere a freno, di introdurre una misura standard, del dare una forma ad ogni singolo modulo, dall’altro esige la capacità di effettuare il passaggio da un tono all’altro, di tradurre in lingue ancora sconosciute, di concatenare tutti i piani possibili. Mentre in un caso la definizione di modulazione consiste nel formare dei moduli, nell’altro esige una costante auto-(de-)formazione, una tendenza alla costante modificazione della forma, alla trasformazione, in una parola, alla mancanza di forma.


edu-factory: Resistenza nella fabbrica del sapere

Per Foucault e Deleuze erano queste le tre principali qualità di una fabbrica: il concentrare, il distribuire nello spazio, l’ordinare gli elementi nel tempo. In seguito al divenire egemone delle forme di produzione postfordiste ha avuto luogo senza dubbio un processo di dispersione, nel corso del quale le fabbriche hanno conosciuto una sempre più crescente diffusione all’interno della società. In questa trasformazione, la fabbrica, ormai nota come fabbrica diffusa, non funziona più unicamente secondo i vecchi meccanismi del 19° secolo. La concentrazione, la distribuzione nello spazio e l’ordine degli elementi nel tempo non hanno perso di significato, di sicuro però sono le loro funzioni a variare. La teoria della fabbrica diffusa è una creazione dell’autonomia, delle lotte italiane degli anni ’70. Secondo le teorie operaiste e postoperaiste scaturite in e da tali lotte, una delle principali componenti alla base della diffusione delle fabbriche all’interno della società consiste nell’esodo dei lavoratori dalle fabbriche; esodo che, più che come effetto, viene in questo caso inteso come causa delle profonde trasformazioni capitalistiche degli ultimi decenni del 20° secolo (postfordismo, divenire egemone del lavoro immateriale ed affettivo, capitalismo cognitivo).

Da e in questo campo teorico si è sviluppata, nell’ultimo decennio, una nuova generazione di attivisti militanti che si è occupata soprattutto delle attuali interpretazioni della fabbrica del sapere e il cui campo d’azione, come campo globale, si è portato ben oltre i confini italiani. Non a caso, nel 2006, la rete transnazionale degli attivisti nel campo della formazione si è data il nome di edu-factory. La fabbrica, di cui qui si tratta, è di nuovo la fabbrica del sapere, la knowledge factory[6], questa volta però nella sua duplice forma: la vecchia figura dell’università nel suo rapporto di scambio con il presunto esterno sociale e territoriale, con la società e le metropoli, ma anche l’assemblaggio ormai diffuso di istituzioni e reti cooperative di produzione del sapere.

Nel 2006 è stata inaugurata la mailing list di edu-factory i cui temi sono legati alla trasformazione neoliberale delle università e alle forme di conflitto presenti all’interno della produzione del sapere[7]. In un primo round di discussione si è trattato soprattutto dei conflitti nelle università, nel secondo del processo di gerarchizzazione del mercato della formazione e della costituzione di istituzioni autonome. Ed esattamente queste due linee sono le stesse che determinano il rapporto della edu-factory con l’università, la sua doppia strategia dell’esodo: il termine esodo in questo caso non ha unicamente il significato di abbandonare l’università, ma piuttosto quello di una lotta per degli spazi di autonomia e libertà all’interno dell’università e allo stesso tempo di auto-organizzazione ed auto-formazione al di fuori delle istituzioni esistenti.

Proprio in tempo per l’onda anomala, la serie di proteste, occupazioni e scioperi avvenuti nelle università italiane alla fine del 2008, il collettivo della edu-factory ha pubblicato il libro L’università globale: il nuovo mercato del sapere (manifestolibri).[8] Il volume raccoglie i testi più significativi delle discussioni online ed è divenuto in molte presentazioni in giro per l’Italia un punto di riferimento centrale di quei discorsi che hanno aizzato ed accompagnato le lotte dell’onda anomala. Nell’introduzione del libro si trova un’interessante contraddizione riguardante il nome della rete che un po’ rappresenta il paradosso della edu-factory. Mentre lo slogan centrale è infatti il seguente: “Ciò che un tempo era la fabbrica, ora è l’università”, appena due pagine dopo si legge che l’università non funziona in alcun modo come una fabbrica. A mio avviso, tale contraddizione lascia intendere che l’università in quanto fabbrica non è più da leggersi unicamente come metafora.

Torniamo tuttavia all’associazione dell’università in quanto fabbrica introdotta all’inizio di questo testo che rimane comunque sul piano metaforico. Nel corso della notevole propagazione delle lotte, delle occupazioni e degli scioperi nelle università europee durante gli ultimi mesi, la edu-factory ha organizzato numerosi incontri (soprattutto, ma non solo, in Europa), in cui è stato tematizzato soprattutto l’invisibile legame presente tra queste singole proteste. Per promuovere una di queste manifestazioni, che si è svolta alla Technische Universität di Berlino nel giugno del 2009 nell’ambito del Bildungsstreik, dello sciopero del settore della formazione, gli organizzatori si sono serviti proprio di quell’immagine di Gerhard Seyfried del 1977 che illustra con notevole forza espressiva l’università come fabbrica e ciononostante manca delle più salienti caratteristiche riguardanti le trasformazioni della produzione del sapere all’interno del capitalismo cognitivo. Credo che la ripresa di quell’immagine semplificante così come la contraddizione esistente nell’autodefinizione usata dalla edu-factory non siano semplicemente dovute ad una sorta d’incanto esercitato dalla potente metafora della fabbrica del sapere come apparato di repressione, bensì ricorrano – volontariamente od involontariamente – alla condizione di possibilità della resistenza nel modo della modulazione.

Abbiamo visto come in Marx i due differenti modi di vedere il rapporto tra gli operai e le macchine all’interno della fabbrica vengano ridotti all’aspetto della sottomissione dell’operaio al macchinario. Nonostante, al contrario, nel “Poscritto sulle società di controllo” i modi di soggettivizzazione non vengano affatto tralasciati, tuttavia la successione temporale di disciplina e repressione, incluso le forme adeguate di resistenza e di controllo e autogoverno diventa problematica. Se non vogliamo commettere l’errore di intendere i modi di esistenza e le forme della produzione del sapere contemporanei come emersi dalla successione di disciplina e controllo, allora dobbiamo, da un lato, prendere atto dell’amalgama complesso e modulante della soggezione sociale e dell’asservimento macchinistico e dall’altro proporre la possibilità di nuovi modi di soggettivizzazione e di nuove forme di resistenza, tenendo conto proprio della complessità, in continuo mutamento, dell’amalgama. Un’adeguata comprensione della modulazione in quanto simultaneità ed interazione di disciplina e controllo non può, quindi, affatto far ricorso alle vecchie forme di resistenza nate ai tempi della fabbrica. Il soggetto della resistenza, in tal caso, non può tantomeno essere concepito esclusivamente come deterritorializzazione del controllo nei confronti della disciplina reterritorializzante. Appellarsi semplicemente alla decentralità, alla deterritorializzazione ed alla dispersione non basta però a tratteggiare delle linee di fuga dall’assemblaggio di sottomissione sociale e di autogoverno macchinistico.

La piena ambivalenza della fabbrica diffusa nel modo della modulazione, i suoi meccanismi di appropriazione, così come i suoi potenziali di resistenza, ci permettono d’interpretare i luoghi della produzione del sapere non solo come luoghi della mercificazione del sapere e dello sfruttamento della soggettività di tutti gli attori, ma anche e soprattutto come luoghi di nuove forme di conflitto. Ed è qui che possiamo individuare un motivo per l’insistenza della edu-factory sulla lotta per mantenere il luogo tradizionale della fabbrica del sapere, in altre parole, per la conquista di spazi di autonomia e libertà all’interno dell’università. La fabbrica è stata ed è il luogo della concentrazione, sia per quanto riguarda la valorizzazione della forza-lavoro che le forme di resistenza. In una situazione di precarizzazione, ma soprattutto di diffusione, di estrema dispersione dei lavoratori della cultura e della conoscenza, le scuole e le università costituiscono forse l’ultimo luogo dove è possibile concentrarsi. In questo senso si può veramente concludere che: “Ciò che un tempo era la fabbrica, ora è l’università”. Ed allo stesso tempo diviene chiaro che l’università come “concentrato” nel modo della modulazione assume nuove funzioni. Potenzialmente anche come luogo dell’organizzazione, del conflitto e della lotta.


Un ringraziamento speciale va ad Isabell Lorey, ad Otto Penz e a Birgit Sauer per la stimolante discussione del testo.

 



[1] Il volantino di Seyfried divenne noto soprattutto perché costituiva l’immagine di copertina della prima edizione, molto letta, di un libro molto critico nei confronti dell’università: Wolf Wagner, Uni-Angst und Uni-Bluff, Berlin: Rotbuch 1977.

[2] Karl Marx, Il Capitale, Libro Primo, sez. IV, cap. XIII.

[3] Simili esperienze, tuttavia, non dovrebbero fornire occasione né di giudizi morali né di elucubrazioni pessimistico-culturali nei confronti dei giovani d’oggi, anzi, – come nelle conclusioni di Deleuze al suo “Poscritto sulle società di controllo” (in: Id., Pourparler. 1972-1990, Quodlibet 2000, pp. 234-241) – dovrebbero piuttosto condurre al riconoscimento del fatto che anche dalle nuove forme di soggettivizzazione ha origine una nuova necessità di analizzarle e che grazie a ciò si sviluppano nuove posizioni critiche e nuove forme di resistenza: “Molti giovani pretendono stranamente di essere ‘motivati’, richiedono stage e formazione permanente; sta a loro scoprire di che cosa diverranno servi, così come i loro antenati hanno scoperto, non senza dolore, la finalità delle discipline.” (p. 241).

[4] Gilles Deleuze, “Poscritto sulle società di controllo”, op. cit., p. 236.

[5] Il mio concetto di modulazione comprende, partendo da Deleuze, sia gli aspetti della disciplina che quelli del controllo. Deleuze trae il suo concetto di modulazione da L’individu et sa genèse physico-biologique di Gilbert Simondon e lo applica solo all’interno del secondo paradigma, in particolare nei suoi scritti estetici a partire dal 1983: in Francis Bacon. Logica della sensazione, ad es, dove egli descrive la forma diagrammatica di Bacon come un “calco temporale, variabile e continuativo, a cui si addice unicamente il nome modulazione nel senso più stretto”, o nel suo primo libro sul cinema L’Immagine-movimento. Anche in quest’ultimo testo è possibile ritrovare il rapporto duale dello stampare la forma, del calco da un lato (in questo caso della fotografia, che incarna il “taglio fisso”) e della modulazione dall’altro (esemplificata sull’immagine-movimento del film, sul taglio mobile, in questo caso soprattutto sui due metodi del carrello (camera in movimento) e del montaggio. Per una possibile concatenazione di modulazione estetica e politica si veda Gabu Heindl – Drehli Robnik: “Öffnungen zum Außen: Der Entwurf des Diagramms bei Deleuze und das Diagramm des Entwurfs bei OMA, Eisenmann und UN Studio”, in: UmBau – Theorie der Praxis 19, 2002.

[6] Cfr. Irving Louis Horowitz e William H. Friedland, The Knowledge Factory – Student Power and Academic Politics in America, Chicago: Aldine 1971; Stanley Aronowitz, The Knowledge Factory: Dismantling the Corporate University and Creating True Higher Learning, Boston: Beacon 2000.

[7] Degno di nota è soprattutto il rigore con cui è stato intrapreso questo processo d’istituzione. Invece di installare una mailing list aperta, inizialmente la lista è stata aperta, ogni volta, per tre mesi solo per due round più lunghi di discussione e poi – con somma sorpresa di molti partecipanti alla lista – di nuovo richiusa. Attraverso i loro inputs, dei singoli autori determinavano, a turno per una settimana, le specifiche linee tematiche. Proprio questa rigida forma conferiva ai dibattiti una coerenza ed una intensità che, in genere, nelle mailing list aperte non si riescono a mantenere a lungo. L’indirizzo di sottoscrizione per la mailing list, che nel frattempo tiene essenzialmente informati su lotte e conflitti riguardanti la produzione del sapere, è la seguente: edufactory-subscribe@listcultures.org, l’indirizzo del sito: http://www.edu-factory.org.